Banca d’Italia

Banche Popolari, Montebelluna verso le nozze riparatrici con 1 miliardo di rosso – Il Fatto Quotidiano


Veneto Banca e la Vicenza di Zonin di punti in comune sembrano averne più di uno, a partire dai funambolismi contabili. Tanto che ha senso chiedersi se si arriverà all’aggregazione con i conti in ordine o se sarà l’ennesima operazione “di sistema” i cui costi si spalmeranno sulla collettività

Banche Popolari, Montebelluna verso le nozze riparatrici con 1 miliardo di rosso

analisi di Paolo Fior – Il Fatto Quotidiano – 26 marzo 2015

I vertici di Veneto Banca lo hanno definito l’anno del “coraggio”per sottolineare la difficoltà delle sfide affrontate nel 2014. Come se l’istituto avesse potuto fare spallucce di fronte ai conti disastrati, alle pressioni della Banca d’Italia e della Bce e alle inchieste giudiziarie. Più realisticamente per la Popolare di Montebelluna si è trattato di un annus horribilis segnato da un aumento di capitale da 474 milioni, dalla conversione in azioni di un prestito obbligazionario da 350 milioni e dalla decisione di cedere la quota di controllo di Banca Intermobiliare e di Banca Ipibi Financial Advisor. Misure importanti, ma non certo sufficienti a mettere in sicurezza la banca, come testimonia la decisione confermata in questi giorni di effettuare ulteriori rettifiche di valore sui crediti, portando gli accantonamenti a 779 milioni, e svalutazioni prudenziali sugli avviamenti per 671 milioni di euro. Mettendo insieme tutto, nel 2014 Veneto Banca ha fatto una “manovra” da circa 2,5 miliardi di euro e – per effetto di rettifiche e di svalutazioni – chiude l’esercizio con una perdita netta “monstre” di 968 milioni di euro. Una cosa mai vista. A fronte di un patrimonio netto dichiarato di 3,74 miliardi di euro, la maxi perdita se ne mangia il 25,8% e il patrimonio netto scende a poco più di 2,77 miliardi, in calo del 7,1% rispetto al 2013.

La svalutazione degli avviamenti, sostengono a Montebelluna, ha “impatto solo sulle scritture contabili e senza alcun riflesso su cash flow, liquidità, solidità, coefficienti patrimoniali e redditività prospettica” e sarà senz’altro così. Tuttavia, al di là delle operazioni straordinarie che hanno portato a una straordinaria perdita d’esercizio, non è che la banca abbia brillato sotto il profilo della gestione ordinaria. Due esempi per capirci: nel 2013 il margine di intermediazione ammontava a 902 milioni di euro (dato pro forma esclusa Banca Intermobiliare che non rientra più nel perimetro di consolidamento di Veneto Banca) e nella relazione degli amministratori veniva salutato come la conferma della “capacità del gruppo Veneto Banca di generare reddito con la propria gestione caratteristica”. Nel 2014 questa capacità si è ridotta e il margine è sceso a 855 milioni (-5,2%). Stesso discorso per le commissioni nette che nel 2014 scendono del 6,6% a 288,4 milioni dai 308,8 milioni del 2013. Se la crisi economica ha avuto sicuramente un suo peso su questi dati negativi, resta comunque la domanda delle domande nel caso di Veneto Banca: com’è che si sono rese improvvisamente necessarie tutte queste svalutazioni e accantonamenti se lo scorso anno l’amministratore delegato Vincenzo Consoli (ora direttore generale) presentava un bilancio 2013 (altro…)

Arriva la stretta del governo: “Punire chi non adotta il pos” – IlGiornale.it


mPOS

Allo studio del ministero dell’Economia obblighi più stringenti per i pagamenti elettronici. Si valuta pure il credito d’imposta

[Articolo tratto da “Il Giornale” scritto da  – Gio, 06/11/2014 – 10:13]

Dal primo luglio commercianti e professionisti sono obbligati ad avere il pos e a usarlo per importi superiori ai 30 euro.

Peccato che, allo stato attuale delle cose, non siano previste sanzioni per chi si rifiuti di farlo. Il governo, però, sta seriamente pensando di vararare obblighi più stringenti per regolamentare i pagamenti elettronici. “Il tavolo tecnico – ha spiegato ieri il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti in commissione Finanze a Montecitorio – potrà essere anche l’occasione per valutare la possibile introduzione di sanzioni o interdizioni in caso di inadempiuenza”.

Sui pagamenti elettronici il dicastero di via XX Settembre ha istituito un tavolo di lavoro aperto a Banca d’Italia, Abi, Consorzio Bancomat, Aiip (Associazione italiana istituti di pagamento e di moneta elettronica) e i gestori Visa e Mastercard. È qui che si stanno prendendo in considerazione obblighi più stringenti per incentivare l’uso del pos. Perché, nonostante l’obbligo, sono ancora pochi i commercianti e i professionisti che si sono messi in regola. Ad oggi chi, come fa notare Cristina Bartelli su ItaliaOggi, chi si dota di terminali con collegamento via internet può risparmiare sui costi fissi: “Il costo fisso si aggira intorno ai 2-5 euro mensili per una spesa annuale intorno ai 25-60 euro; mentre le apparecchiature più tradizionali costano in media 10-15 euro al mese, per un esborso annuale di 120-180 euro”. A questi vanno, poi, aggiunti i costi variabili che sono legati ai volumi delle transazioni.

Per Zanetti i pagamenti elettronici permettono di ridurre i costi legati all’utilizzo del denaro contante. Un risparmio che si aggirerebbe intorno all’1-1,5% dell’entità delle transazioni. “La crescita del numero di transazioni che ci si attende come risultato dell’entrata in vigore del decreto – ha spiegato il sottosegretario – consentirà lo sviluppo di economie di scala e l’intensificazione delle pressioni concorrenziali in grado di ridurre ulteriormente i costi”.

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Ritorno alla Lira for Dummies | Fare per Fermare il Declino


Pubblicato: Ven, 21/06/2013 – 18:00 • da: Fabio Scacciavillani
Da Il Fatto Quotidiano

Questo è un post didascalico dedicato a chi non ha mai sentito parlare di economia o se ne è sempre disinteressato. Spiega, con dieci pillole a dosi omeopatiche, le conseguenze per il cittadino comune del ritorno alla lira che una canea vociante continua ad invocare.

Prima pillola. Partiamo da un mondo senza moneta. Un prestito avrebbe per oggetto uno o più beni materiali. Ad esempio io presto a Tizio un chilo di pane e Tizio si impegna restituirmene un chilo e mezzo dopo cinque anni.

Seconda pillola. Se introduciamo il denaro e il pane costasse un euro al chilo, il prestito potrebbe essere denominato in valuta: io presto un euro a Tizio il quale va a comprarsi il pane e mi restituisce un euro e mezzo tra cinque anni. Fin qui siamo a livello di esercizio da terza elementare.

Terza pillola. Il punto cruciale è quanto pane potrò comprare tra cinque anni con un euro e mezzo. Se il potere di acquisto della moneta non cambia, (cioè se non c’è inflazione e quindi il rapporto tra euro e chili di pane rimane fisso) sia per il creditore che per il debitore è indifferente se il prestito viene denominato in chili di pane o in euro. L’istituzione chiamata a garantire il potere di acquisto della moneta è la banca centrale.

Quarta pillola. Cosa succede se la banca centrale è un carrozzone controllato da un ministro delle Finanze espresso da cosche, caste o clientele ed il maggior debitore è proprio il Governo di cui quel ministro fa parte?

Quinta pillola. Un debitore in malafede ha interesse a ripagare il meno possibile di quanto preso a prestito, rinnegando l’impegno. In un mondo senza moneta l’unico modo per farlo è – passati i cinque anni – rifiutarsi di restituire il pane o restituire meno del chilo e mezzo promesso. In linguaggio giuridico si chiama fallimento, bancarotta o default, per quelli a cui piacciono gli anglicismi. In linguaggio comune si definisce fregatura o si ricorre a termini anche meno urbani. Chiedere ragguagli a chi aveva comprato bond argentini.

Sesta pillola. Visto che nel mondo reale esiste la moneta c’è un altro modo per turlupinare il creditore, soprattutto se il debitore si chiama Governo ed ha il controllo dell’emissione di moneta. Il metodo è ben noto ed è stato sperimentato ed attuato per secoli. Invece di emettere un euro per ogni chilo di pane prodotto nell’economia, il Governo ne stampa due, tre, cinque o dieci a seconda del grado di latrocinio che intende perpetrare.

Esempio. Se ad un certo punto il Governo decide di emettere due euro per ogni chilo di pane prodotto nell’economia, dopo tre anni formalmente ripaga il dovuto con un euro e mezzo, ma il creditore adesso compra solo 750 grammi di pane, invece del chilo e mezzo che legittimamente si aspettava. Usando la stampa di moneta (e quindi pompando inflazione) il Governo gli ha rubato interessi e capitale.

Settima pillola. Quando la canea asserisce che un paese con sovranità monetaria non fallisce, profferisce un’assurdità. Non fallisce nella testa di chi è grullo perché il Governo restituisce quanto formalmente pattuito in termini monetari. Per chi grullo non è, ritrovarsi con banconote di carta straccia equivale ad una bancarotta di cui lui è la vittima. Insomma a fini pratici fallimento e inflazione sono identici.

Ottava pillola. I Governi italiani avevano una lunga tradizione di latrocini perpetrati ai danni dei risparmiatori sin dalla Prima Guerra Mondiale (e anche da prima se consideriamo lo scandalo della Banca Romana), attraverso l’inflazione che distrusse i risparmi (la causa principale e maggiormente disconosciuta del fascismo in Italia). Ergo aver sottratto ai politici la sovranità monetaria ha annullato la licenza di rubare su scala massiccia per sé, per i propri accoliti e per i vari picciotti del voto di scambio. Entrare nella moneta unica è stata una decisione a garanzia del risparmiatore contro un potere dispotico che intendesse espropriare i sudditi con l’inganno (nei tempi antichi i sovrani facevano lo stesso cambiando il peso delle monete auree o argentee).

Nona Pillola. Quelli che oggi ululano per la mancanza di sovranità monetaria sono i complici (o gli utili idioti a seconda della concentrazione di neuroni nella scatola cranica) di chi vorrebbe restaurare il latrocinio legalizzato attraverso una banca centrale sotto controllo politico cui venga affidata la regia dell’esproprio di massa.

Cosa succederebbe con il ritorno alla lira? Che chi ha prestato i soldi al governo italiano ne vedrebbe volatilizzata una buona parte. I creditori non sono i fantomatici mercati (il mercato è luogo dove si svolgono le transazioni, non il forziere dove si accumulano le fortune dei ricchi, come credono gli ebeti); i creditori sono cittadini normali (direttamente o attraverso i fondi comuni) oppure banche che a loro volta sono debitori di chi ha un conto presso di loro. Le banche (sul cui comportamento e ruolo poco edificante ho scritto nel post precedente) sono semplici intermediari che non hanno nemmeno lontanamente capitali sufficienti a sostenere le perdite sui propri attivi conseguenti ad un ritorno alla lira.

Se la frase vi suona oscura ecco la traduzione per alunni delle elementari: quando babbo Stato fallisce, rubacchia molti soldi anche alle banche che avevano prestato (spesso perché costrette) a babbo Stato i vostri soldini loro affidati. Quando andate allo sportello o al bancomat i vostri soldini non ci saranno più. I banchieri vi diranno di rivolgervi al ministro delle Finanze il quale o allargherà le braccia o vi farà il gesto dell’ombrello, magari in diretta TV da qualche isola caraibica dove si sarà rifugiato.

Decima pillola. Anche chi crede di essere immune perché tanto non ha comprato Bot Btp e Cct, comunque ha una bella e affilata spada di Saccomanni sulla testa, come hanno scoperto recentemente a Cipro. Ogni volta che vi viene accreditato lo stipendio sul conto corrente sappiate che avete un co-intestatario del conto, che di nome fa Repubblica e di cognome Italiana. Ciascuno di voi è responsabile in solido dei suoi debiti. Che vi piaccia o meno. Il modo che la canea anti-euro sta proponendo per pagare i debiti del vostro co-intestatario è quello di ridenominare durante la notte (come si conviene ai ladri) il vostro conto corrente (e tutti i vostri risparmi) in lirette in modo che quando vi svegliate sarete ancora padroni del pigiama e delle lenzuola, forse del materasso ma di ben poco altro (che a breve vi toccherà impegnare).

Del resto se ne sarà appropriato, nottetempo, il vostro co-intestatario.

P.S. Esiste una pervicace sottocultura che abbraccia Scilipoti di vario conio, certi massoni da operetta e alcuni grillini, secondo la quale le Banche centrali sono istituzioni private. Ho già risposto un centinaio di volte a questa corbelleria in tanti post precedenti. Spero di prevenire commenti strampalati rimandando a un esaustivo post scritto a riguardo da Mario Seminerio sul suo blog anni fa.
Ritorno alla Lira for Dummies | Fare per Fermare il Declino.

La linea di PD e Repubblica: tutta la colpa ai derivati, tanto non sono sulla scheda elettorale


Umberto Cherubini – 1 febbraio 2013

Resistere, resistere, resistere. Per uno che si è intestardito a voler votare PD è dura riuscire a mantenere il proposito fino alla fine di febbraio. Questa continua e assillante campagna contro i fucili invece che i bracconieri (cioè i derivati invece dei politici-banchieri) che ci viene dai dibattiti televisivi sullo scandalo derivati di MPS e su cui si distingue, almeno nel numero di oggi, il quotidiano Repubblica, ci fa sentire sempre più fessi: presi in giro come nel gioco dello schiaffo del soldato. L’unica buona notizia è che gli altri, i populisti di destra e di sinistra, riescono a fare di peggio, cercando di mettere in mezzo Banca d’Italia.

È il gioco dello schiaffo del soldato. Dopo la scoppola dell’affare MPS che ti ha fatto sobbalzare, ti giri e ti agitano l’indice quelli che dicono che è colpa del PD, quelli che dicono che è colpa della politica, quelli che dicono che è colpa della finanza, quelli che dicono che è colpa dei regolatori, quelli che dicono che è colpa dei supervisori, quelli che dicono che è colpa dei derivati. E poiché la scoppola ci ha fatto sobbalzare, il vocìo da mercato ci toglie la lucidità di un’analisi seria della situazione. E alla fine tutti (e ti stupisci di trovare anche il PD) si comportano come il Berlusconi di sempre: la colpa è degli altri. Sembra che sia una regola inderogabile in campagna elettorale. E capisci anche perché Berlusconi va così forte nelle campagne elettorali: perché è l’unico a essere veramente, e sempre, convinto che la colpa sia sempre degli altri. Ma tu dal PD ti saresti aspettato qualche cosa di diverso.

Su Repubblica c’è Visco che ci ammonisce sullo strapotere della finanza, e c’è un prezioso articolo su 43 casi di derivati su cui le Fiamme Gialle starebbero indagando. E compaiono nomi terribili e nuovi: l’interest rate swap non par e l’interest swap collar. Il primo dei due non esiste (e probabilmente vuole semplicemente dire un contratto swap con un pagamento all’origine, o upfront), e il secondo è un prodotto tranquillissimo, che serve a ridurre il rischio di un indebitamento a tasso variabile. E’ talmente docile e innocuo che si fa valutare anche dai miei studenti più giovani della laurea triennale. Ma tant’è: per sviare l’attenzione dalle persone (e dalla loro incompetenza) tanto vale gettare l’infamia sulle cose. Come quando un bambino si fa male urtando una sedia e per vendicarlo diciamo alla sedia: cattiva!!

Ecco la linea del Pd. Dare la colpa alle cose, invece che alle persone. Purtroppo con le banche e la finanza non funziona così. Un mio professore a NYU, Ingo Walter, diceva che fare banca era “people business”. Conta la gente, non contano le cose. E qual è la nostra gente? Sembra che Mussari abbia detto che lui non sa nemmeno cosa siano i derivati. E’ come se un generale si difendesse dicendo che non sa cos’è un fucile, un bazooka o un cannone. Ma in quanti scandali, da Enron a Lehman Brothers si è visto il CEO difendersi dicendo che è uno sprovveduto? Invece qui è normale. Il generale dice che è colpa delle armi, e che lui non sa nemmeno cosa siano, le armi. E tutt’intorno la stampa gli fa eco: è colpa delle armi, non di chi le usa. Lamento che può essere giustificato se riferito all’uso delle armi da parte della popolazione civile, ma che è ridicolo se riferito all’uso da parte dei soldati.

E vediamo quali sono le armi che hanno tradito Mussari. Ai miei studenti dico, e dimostro, che il derivato più pericoloso di tutti è quello che non ti aspetti: l’azione ordinaria. Avere un’azione di un’azienda è come avere un’opzione finanziaria sul suo attivo patrimoniale, con prezzo di esercizio pari al suo debito. In soldoni, se alla scadenza del debito il valore dell’attivo è maggiore del valore da rimborsare, tu che hai le azioni ti metti in tasca la differenza. Se no, la tua azione vale zero. Il derivato che ha incastrato Mussari si chiama quindi azione ordinaria Antonveneta, acquistata a 9 miliardi a fronte di un valore di 6. Il resto è peanuts, il resto è BTP, il resto è noia.
Poi c’è chi non dà la colpa alle cose, ma alle persone sbagliate, e punta il dito su Banca d’Italia, in modo francamente incomprensibile per un tecnico. Ho letto l’atto di ispezione riportato su Linkiesta e mi sono messo nei panni di un risk manager di MPS. Come persona del mestiere, posso dire che aggiustare i rilievi organizzativi sollevati da Banca d’Italia (in particolare il consolidamento del perimetro internazionale) richiede al minimo due anni di lavoro. E per fare il lavoro in due anni bisogna che tu abbia la parte bassa delle terga coperte dall’alta direzione. Per chi è del ramo, si legga la parte che riguarda il contrasto con la parte commerciale. Mi ricorda la giovinezza, quando facevo quel lavoro in COMIT e i manager più cortesi mi dicevano: “ragazzo, lasciami lavorare”. Quindi, per avere un buon risk-management devi avere un Mussari che sa cos’è un derivato e cos’è il rischio. E Banca d’Italia cosa avrebbe dovuto fare? Passare con il napalm? Chiudere MPS perché era troppo esposta ai BTP? I rilievi non erano tali da imporre l’interruzione dell’operatività ed ha spinto alla rimozione del management quando dopo un congruo periodo di tempo i rilievi non sono stati accolti.

Ed eccoci al Pd. Se voi foste a capo del Pd, che fareste? Sapete che persone con la vostra tessera e che operano nelle istituzioni per vostro conto siedono, o hanno seduto, nella fondazione e nel CDA e non hanno coperto il lavoro dei risk-manager né hanno scoperto i deal coperti. Che fareste? Se non siete così “cuor di leone” come Bersani non li sbranate, ma sicuramente chiedete loro un passo indietro, e lo rendete pubblico. E lo fate perché altrimenti l’opinione pubblica potrebbe pensare che quelle persone non sono l’eccezione, ma la regola, nella vostra organizzazione, e che voi ne siete ostaggio. E forse è così. Mussari non conosce i derivati, e probabilmente non conosce la medicina, l’arte, il teatro, e così via. Solo per caso la politica l’ha portato a presiedere una banca. Con la stessa formazione avrebbe potuto essere presidente di un’ASL, di un ospedale, di un teatro o di un museo.

La conclusione è che il caso Mps riguarda più la politica che la banca. Più che agli scandali finanziari, il caso MPS si lega alla sconfitta di Renzi e alla posizione assunta dal PD sui costi della politica. E’ l’emblema di un partito che occupa e vive sulla società civile e, di tanto in tanto, porta incompetenza in ruoli che possono essere solo tecnici. Da un lato il Berlusconi manager, operaio, e così via che ci ha fatto ridere. Dall’altro il Mussari presidente di fondazione, di banca, di ospedale, di teatro, di museo, e così via, che ci preoccupa. E per avere il coraggio di votare PD non sarà sufficiente “turarsi il naso”, sarà necessario turare altri orifizi.

Leggi il resto:www.linkiesta.it

Il coraggio di cambiare – Il Sole 24 ORE


Purtroppo negli ultimi tempi il mondo della finanza ci ha abituato a ogni sorta di spiacevole sorpresa tanto in Italia quanto all’estero. Ci piacerebbe dire che le notizie di un derivato da almeno 220 milioni, stipulato dall’allora presidente del Montepaschi, Giuseppe Mussari, per coprire delle perdite e – secondo le dichiarazioni della società – non rivelato al consiglio e ai revisori, siano solo l’ennesima prova del marcio presente dappertutto.

Tuttavia non possiamo. Non si tratta di un rogue trader come Jerome Kerviel di Société Générale o Kweku Adoboli di Ubs, non si tratta di una divisione fuori controllo come la Aig Financial Product o la divisione di Londra di Jp Morgan, e neppure di una cospirazione tra i trader di diverse banche, come nello scandalo Libor. Queste notizie, se confermate, coinvolgono l’ex vertice della terza banca italiana, recentemente rieletto all’unanimità alla presidenza dell’associazione dell’intero sistema bancario italiano. Beppe Grillo e tutti coloro che vogliono aizzare la rabbia popolare contro le banche non potevano sperare in notizia migliore. Come è possibile spiegare agli italiani, inviperiti dal pagamento dell’Imu, che l’equivalente di tutti i proventi della prima rata è stato utilizzato per ripianare il deficit di patrimonio generato della folle passata gestione del Montepaschi? Se si vuole evitare un’esplosione incontrollata di rabbia urgono misure non solo per punire nel modo più esemplare possibile coloro che verranno ritenuti colpevoli, ma anche per evitare che simili disastri si ripetano.

Individuare e punire i responsabili è certo un compito della magistratura. Ma il salvataggio offerto dal governo, sotto la forma dei Monti bond, attutisce non solo l’ammontare delle pene ma anche la probabilità che tali pene vengano comminate. In Italia – mi diceva un famoso avvocato penalista – di fatto si va in galera per reati societari solo in caso di fallimento e successiva bancarotta. I Monti bond allontanano questo rischio da Montepaschi. Ma è giusto usare i soldi della comunità per proteggere i colpevoli? Se Montepaschi può operare senza Monti bond, perché prestargli 3,9 miliardi? Se invece i Monti bond servono per evitare un fallimento, perché proteggere i colpevoli dalle giuste conseguenze? Non sono un giurista, ma se fosse legalmente possibile io introdurrei una norma che equipari l’aiuto statale al fallimento per quanto riguarda i reati societari commessi. Altrimenti la gente si sente veramente presa in giro.

Per prevenire il ripetersi di simili fenomeni è necessario un serio ripensamento del nostro sistema di vigilanza. È possibile che Bankitalia, Consob, società di revisione e collegio sindacale siano stati tutti ignari del problema? Urge una commissione parlamentare di inchiesta che accerti non solo le responsabilità, ma anche i rimedi per evitare simili problemi in futuro. Se effettivamente tutti questi organi di vigilanza hanno fallito, non rimane che introdurre quel premio per i denunzianti civici che da anni vado proponendo. Se ci fosse stato un premio di svariati milioni a chi denunciava grosse irregolarità nel bilancio, pensate forse che nessun dipendente di Montepaschi si sarebbe fatto avanti per rivelare il contratto segreto? Negli Stati Uniti questo meccanismo, introdotto per le frodi contro lo Stato, ha funzionato a meraviglia. Perché non introdurlo da noi?

Per prevenire il ripetersi di simili fenomeni è necessario anche un serio ripensamento del nostro sistema di governance bancaria. Ci avevano detto che, grazie alla positiva influenza esercitata dalle Fondazioni, le banche italiane non avevano investito in titoli tossici, non avevano speculato aggressivamente, non si erano lanciate in una estrema ricerca del profitto, ma avevano operato nell’interesse del Paese. Le vicende del Montepaschi sembrano dimostrare il contrario. Gli investimenti in titoli tossici c’erano, ma sembra che siano stati nascosti da trucchi contabili. I derivati rischiosi c’erano, ma sembra che non venissero riportati in bilancio. Lungi dal proteggerla dalla “miope” pressione per i profitti il controllo della Fondazione bancaria Montepaschi ha reso possibile un pericoloso intreccio tra politica e banca: intreccio che è finito per costare estremamente caro alla città di Siena e a tutti i cittadini italiani. Urge un disegno di legge per impedire alle Fondazioni ex bancarie di esercitare funzioni di controllo. Sono enti benefici e se vogliono rimanere tali dovrebbero diversificare completamente il loro patrimonio.

Last but not least, urge una nuova normativa sull’uso dei derivati. Non sono tra coloro che li demonizzano. I derivati possono essere molto utili ma, Montepaschi insegna, possono essere anche estremamente pericolosi se dati nelle mani di manager senza scrupoli. Purtroppo il danno si scopre sempre troppo tardi, come abbiamo visto con lo stesso governo italiano, che l’anno scorso ha dovuto pagare 2,6 miliardi di euro a Morgan Stanley per terminare alcuni derivati contratti nel 1994. Per evitare che questo succeda è necessaria la massima trasparenza. Per questo io assoggetterei la validità di un derivato alla controfirma della società di revisione, che così si assume la responsabilità che questi contratti siano riportati correttamente in bilancio. In questo modo si evita che un amministratore poco onesto tranquillizzi la controparte (mentendo) che il contratto era stato messo a conoscenza dei revisori.

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