Banche

Basilea 3: come affrontare il sistema creditizio !!!


Basilea 3

L’accordo Basilea 3 è oramai entrato in vigore anche se sarà attuato gradualmente fino all’entrata a regime prevista per il 2019; in pratica, Basilea 3, consiste che le banche dovranno ri-adeguarsi su nuovi coefficienti patrimoniali e rafforzare le loro riserve di liquidità per dare un maggiore sostegno alle famiglie e alle PMI.

Sicuramente Basilea 3 darà un’ulteriore stretta, da parte delle banche, a erogare credito. Le aziende che avranno accesso al credito a buone condizioni saranno quelle che hanno un ottimo rating dato da ottimi parametri patrimoniali e non sono eccessivamente indebitate, la direzione è sicuramente questa per le PMI in quanto l’epoca di società altamente indebitate e altamente sottocapitalizzate è ormai finita.

Forse non abbiamo ancora finito di subire gli effetti di Basilea 2 (altro…)

Chiuso un nuovo deal. L’efficacia di BacktoWork24. I risultati di un sistema che porta finanza e competenze alle piccole imprese italiane |


cropped-lavoro3.jpgdi Carlo Bassi

Amministratore Delegato
 BacktoWork24

L’ultimo investimento è stato formalizzato lunedì scorso in Piemonte. E con questo sono 11, da ottobre 2012 ad oggi, i manager che hanno investito in piccole imprese italiane iniziando una nuova carriera  professionale – quella dell’imprenditore – e sono 11 le aziende familiari-artigianali che hanno potuto acquisire nuove competenze qualificate e ottenere nuova finanza, aprendo il proprio capitale e cedendo una parte della propria azienda,  con l’obiettivo e la speranza di vederla  rafforzata per affrontare il futuro.

Posso dire con tranquillità che queste stesse aziende e questi imprenditori, senza BacktoWork24, non avrebbero mai ottenuto denaro e possibilità di arricchirsi professionalmente, perché oggi nessuno, a partire dalle banche, avrebbe “rischiato” su di loro.

Eppure gli 11 manager che hanno investito  in media 200 mila euro, ma soprattutto hanno investito nel proprio futuro, hanno valutato le stesse aziende meritevoli della propria fiducia tanto da investirci i propri risparmi!

E l’hanno fatto in virtù di analisi condotte sulla base delle proprie competenze ventennali o trentennali in grandi aziende che li hanno indotti a non soffermarsi tanto e solo sui bilanci ma a guardare la consistenza dei prodotti, dei mercati di riferimento, la qualità dell’imprenditore e dei suoi operai; la consistenza dei progetti di sviluppo.

Asset fondamentali per poter fare impresa domani. Asset a cui è necessario dare fiducia se sono arricchiti da progetti di sviluppo e da competenze nuove fortemente motivate.

Un lavoro di selezione e di analisi che le banche non sanno e vogliono più fare. E che i fondi e i private equity considerano «troppo dispendioso fare».

BacktoWork24 nel frattempo, ad oggi (in soli 3 mesi), ha altri 1100 manager investitori e oltre 130 investitori privati pronti a valutare altre opportunità.

Chissà chi sta sbagliando.

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BacktoWork24: un nuovo sistema di erogazione di credito e competenze.


di Edoardo Varini

L’impresa italiana è in crisi da tempo, è drammaticamente in crisi, una crisi le cui cause sono note, ma non lo sono forse nel corretto ordine di rilevanza. Difficile negare che la stretta creditizia sia la prima della lista, in Italia e in tutti i paesi più avanzati. Certamente, come vedremo più avanti, non è stato il sistema bancario a scatenare la crisi dell’impresa italiana, ma certo ha fatto da detonatore.

Leggevo l’altrieri sul “Sole24Ore” uno splendido articolo di Donato Masciandaro, significativamente intitolato: «Per uscire dal tunnel serve la luce del credito». Scrive Masciandaro: «Le possibilità di una ripresa economica in Italia poggiano su diversi presupposti: uno di questi è che le nostre banche facciano quello che gli riesce meglio da sempre: erogare credito commerciale alle imprese del territorio di insediamento, raccogliendo dettaglio al risparmio presso le famiglie».

Ma se le banche non lo fanno, o lo faranno con troppo ritardo, noi che facciamo, il Paese, i nostri figli che fanno? BacktoWork24 ha pensato che fosse il caso di muoversi in sostituzione del sistema bancario per l’erogazione del credito verso l’impresa. Come? Chiedendo ad investitori e manager di mettere a disposizione di aziende accuratamente selezionate – e quanto è mancata in Italia una reale analisi qualitativa aziendale, che ponesse l’accento più sulle potenzialità di sviluppo che sui risultati pregressi – la loro liquidità e le loro competenze, offrendo loro servizi a valore aggiunto in grado di formare e sviluppare competenze gestionali ormai irrinunciabili, cercando di promuovere un’idea di lavoro forte impregnata di etica e di futuro. Perché non è possibile immaginare il futuro senza un minimo di etica, senza rinunciare a un po’ di quel che si può prendere oggi per lasciarlo alle generazioni future, per investirlo sul domani dei nostri figli.

Non è possibile continuare a vivere in un mondo la cui ricchezza è per otto/noni virtuale, costituita da derivati finanziari in larga parte sfuggiti a un reale controllo, anzi, palesemente sprovvisti di una supervisione e di un coordinamento globale. Seicentomila miliardi di dollari di carta a fronte di 72 miliardi di ricchezza reale, prodotta dal lavoro.

Permettetemi due parole ancora sulle ragioni della crisi imprenditoriale italiana. È pensiero comune che a scatenarla sia stata la crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Stati Uniti con gli oltre 4.000 miliardi di dollari perduti da banche e istituzioni finanziarie con i mutui subprime, da cui si è poi ingenerata una stretta creditizia che ha internazionalmente ostacolato lo sviluppo e la crescita.

Come sappiamo, tra il 2010 e il 2011 la crisi si è estesa ai debiti sovrani e alle finanze degli stati – già dissanguati dal forzoso sostegno agli istituti di credito indebitati – e da ciò la scellerata scelta di politiche di bilancio fortemente restrittive che non hanno fatto altro che peggiorare vertiginosamente la situazione.

Fatto sta che oggi, come ricordato all’inizio, la stretta creditizia è effettivamente il principale ostacolo verso la via della ripresa imprenditoriale, in Italia e in tutti i paesi dalle economie più avanzate. Però noi italiani non possiamo fermarci qui, noi lo dobbiamo sapere che già nel 2008 le imprese nazionali, ed in particolare le pmi, erano ormai al lumicino, sia in termini di domanda interna sia dei margini industriali, in particolare per le produzioni a scarso valore aggiunto.

Certo, viviamo anche nel paese in cui i debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese fornitrici di beni e servizi ammontavano nel 2010 a 150 miliardi di euro, oltre il 10% del Pil – e da allora non hanno fatto altro che crescere – e tuttavia come non evidenziare l’inveterato problema della sottocapitalizzazione delle aziende nazionali, del costante, sistematico, spesso sconsiderato ricorso all’indebitamento bancario e, mi permetto di dire “soprattutto”, come non indicare tra le principali inefficienze strutturali del sistema un’idea troppo familiare e provinciale della managerialità, che sarebbe bastata da sola ad escluderci da una competizione commerciale sempre più globale e aggressiva.

Vorrei sapere quante delle imprese italiane in crisi dispongono di metodi di controllo dell’andamento gestionale, di un chiaro quadro contabile e di marginalità industriale del prodotto, e finanche del budget annuale o di periodo. Per non parlare della gestione della tesoreria esclusivamente su costi e ricavi e non sui flussi monetari, che impedisce la formulazione di previsioni e condanna conseguentemente a trovarsi sempre finanziariamente impreparati ad affrontare qualunque evenienza, che a quel punto è sempre e comunque un imprevisto.

Difficoltà, spesso impossibilità di accesso al credito e carenza, spesso assenza, delle necessarie competenze. Per ovviare a queste inefficienze sistemiche è nato BacktoWork24. L’obiettivo è grande, è forse il più grande che ci si possa porre oggi in questo paese se si intende qualcosa di economia e di sviluppo. Ed è questo il caso delle persone che compongono BacktoWork24, persone che hanno capito che è tempo di invertire la rotta. E, cosa che in questi tempi di chiacchiere rischia di apparire bizzarra, lo stanno facendo.

Lavoro, futuro, attraverso l’impresa. Un’idea da percorrere, senza ulteriori incertezze.

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Sempre meno prestiti e sempre più cari. Così le banche strozzano le piccole imprese


Indagine Confartigianato

I crediti verso la Pubblica amministrazione sono pari a 91 mld.

«La situazione creditizia delle imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, è molto critica. Quel che è più grave e paradossale è che gli imprenditori sono costretti a indebitarsi con le banche per compensare i mancati pagamenti da parte della Pubblica amministrazione di altre aziende». E’ questo l’allarme lanciato da Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, a commento dei dati raccolti ed elaborati dalla stessa associazione imprenditoriale: tra maggio 2012 e maggio 2013 i prestiti bancari alle aziende sono diminuiti di 41,5 miliardi di euro, pari a un calo del 4,2%. Contemporaneamente il debito accumulato dalla Pubblica amministrazione verso le imprese ammonta a 91 miliardi.

(Foto Rotoletti)(Foto Rotoletti)

TASSI ALLE STELLE – Al calo della quantità di finanziamenti al sistema produttivo si accompagna l’aumento dei tassi di interesse. Secondo Confartigianato, a maggio 2013 il tasso medio per i prestiti fino a 1 milione di euro è del 4,36% ma sale al 4,85% per i prestiti fino a 250.000 euro. Con questi valori, l’Italia è seconda soltanto alla Spagna per i tassi più alti d’Europa: la differenza rispetto alla media Ue è di 84 punti base in più, ma lo spread sale a 148 punti base nel confronto con i tassi medi pagati dalle imprese in Germania. Il gap Italia-Ue per i tassi d’interesse genera un maggiore costo per oneri finanziari pari a 7,1 miliardi a carico delle aziende italiane. Le più penalizzate sul fronte dei tassi di interesse sono le piccole imprese con meno 20 addetti.

CALABRIA MAGLIA NERA – A livello regionale la situazione peggiore si registra in Calabria dove le piccole imprese pagano i tassi più alti: 10,58%. Seguono la Campania con il 10,55% e la Puglia con il 10,22%. Sul versante opposto della classifica, il denaro è meno costoso nella Provincia Autonoma di Bolzano (5,97%), nella Provincia Autonoma di Trento (6,64%) e in Emilia Romagna (7,94%). A livello provinciale, la maglia nera del costo del denaro va a Crotone dove le aziende pagano tassi d’interesse dell’8,4%. Seguono Catanzaro, che registra tassi del 7,99%, e Vibo Valentia con tassi al 7,82% . All’altro capo della classifica vi è Bolzano con tassi d’interesse del 3,84%, seguita da Udine (4,30%) e da Cuneo (4,43%). In provincia di Crotone, quindi il credito per un’impresa costa il doppio rispetto a Bolzano.

TEMPI LUNGHI – Sul fronte dei debiti della Pubblica amministrazione (Pa) verso le imprese fornitrici di beni e servizi, Confartigianato rileva che nel 2012 l’Italia è il Paese europeo con la somma più alta: 91 miliardi. Una cifra che rispetto al 2009 è aumentata di 0,3 punti di Pil, a fronte del calo registrato in Francia, Regno Unito e Spagna. Record negativo in Europa anche per i tempi di pagamento della Pa italiana: 170 giorni, vale a dire 109 giorni in più rispetto alla media Ue. Gli imprenditori italiani pagano molto caro il ritardo dei pagamenti della Pa rispetto ai 30 giorni previsti dalla Direttiva europea in vigore da quest’anno: infatti, nell’attesa di quanto loro dovuto, sono costretti a finanziarsi rivolgendosi alle banche e ciò provoca un extra costo di ulteriori 2,2 miliardi.

tratto da “Corriere Della Sera.it ECONOMIA”

Sempre meno prestiti e sempre più cariCosì le.

Ritorno alla Lira for Dummies | Fare per Fermare il Declino


Pubblicato: Ven, 21/06/2013 – 18:00 • da: Fabio Scacciavillani
Da Il Fatto Quotidiano

Questo è un post didascalico dedicato a chi non ha mai sentito parlare di economia o se ne è sempre disinteressato. Spiega, con dieci pillole a dosi omeopatiche, le conseguenze per il cittadino comune del ritorno alla lira che una canea vociante continua ad invocare.

Prima pillola. Partiamo da un mondo senza moneta. Un prestito avrebbe per oggetto uno o più beni materiali. Ad esempio io presto a Tizio un chilo di pane e Tizio si impegna restituirmene un chilo e mezzo dopo cinque anni.

Seconda pillola. Se introduciamo il denaro e il pane costasse un euro al chilo, il prestito potrebbe essere denominato in valuta: io presto un euro a Tizio il quale va a comprarsi il pane e mi restituisce un euro e mezzo tra cinque anni. Fin qui siamo a livello di esercizio da terza elementare.

Terza pillola. Il punto cruciale è quanto pane potrò comprare tra cinque anni con un euro e mezzo. Se il potere di acquisto della moneta non cambia, (cioè se non c’è inflazione e quindi il rapporto tra euro e chili di pane rimane fisso) sia per il creditore che per il debitore è indifferente se il prestito viene denominato in chili di pane o in euro. L’istituzione chiamata a garantire il potere di acquisto della moneta è la banca centrale.

Quarta pillola. Cosa succede se la banca centrale è un carrozzone controllato da un ministro delle Finanze espresso da cosche, caste o clientele ed il maggior debitore è proprio il Governo di cui quel ministro fa parte?

Quinta pillola. Un debitore in malafede ha interesse a ripagare il meno possibile di quanto preso a prestito, rinnegando l’impegno. In un mondo senza moneta l’unico modo per farlo è – passati i cinque anni – rifiutarsi di restituire il pane o restituire meno del chilo e mezzo promesso. In linguaggio giuridico si chiama fallimento, bancarotta o default, per quelli a cui piacciono gli anglicismi. In linguaggio comune si definisce fregatura o si ricorre a termini anche meno urbani. Chiedere ragguagli a chi aveva comprato bond argentini.

Sesta pillola. Visto che nel mondo reale esiste la moneta c’è un altro modo per turlupinare il creditore, soprattutto se il debitore si chiama Governo ed ha il controllo dell’emissione di moneta. Il metodo è ben noto ed è stato sperimentato ed attuato per secoli. Invece di emettere un euro per ogni chilo di pane prodotto nell’economia, il Governo ne stampa due, tre, cinque o dieci a seconda del grado di latrocinio che intende perpetrare.

Esempio. Se ad un certo punto il Governo decide di emettere due euro per ogni chilo di pane prodotto nell’economia, dopo tre anni formalmente ripaga il dovuto con un euro e mezzo, ma il creditore adesso compra solo 750 grammi di pane, invece del chilo e mezzo che legittimamente si aspettava. Usando la stampa di moneta (e quindi pompando inflazione) il Governo gli ha rubato interessi e capitale.

Settima pillola. Quando la canea asserisce che un paese con sovranità monetaria non fallisce, profferisce un’assurdità. Non fallisce nella testa di chi è grullo perché il Governo restituisce quanto formalmente pattuito in termini monetari. Per chi grullo non è, ritrovarsi con banconote di carta straccia equivale ad una bancarotta di cui lui è la vittima. Insomma a fini pratici fallimento e inflazione sono identici.

Ottava pillola. I Governi italiani avevano una lunga tradizione di latrocini perpetrati ai danni dei risparmiatori sin dalla Prima Guerra Mondiale (e anche da prima se consideriamo lo scandalo della Banca Romana), attraverso l’inflazione che distrusse i risparmi (la causa principale e maggiormente disconosciuta del fascismo in Italia). Ergo aver sottratto ai politici la sovranità monetaria ha annullato la licenza di rubare su scala massiccia per sé, per i propri accoliti e per i vari picciotti del voto di scambio. Entrare nella moneta unica è stata una decisione a garanzia del risparmiatore contro un potere dispotico che intendesse espropriare i sudditi con l’inganno (nei tempi antichi i sovrani facevano lo stesso cambiando il peso delle monete auree o argentee).

Nona Pillola. Quelli che oggi ululano per la mancanza di sovranità monetaria sono i complici (o gli utili idioti a seconda della concentrazione di neuroni nella scatola cranica) di chi vorrebbe restaurare il latrocinio legalizzato attraverso una banca centrale sotto controllo politico cui venga affidata la regia dell’esproprio di massa.

Cosa succederebbe con il ritorno alla lira? Che chi ha prestato i soldi al governo italiano ne vedrebbe volatilizzata una buona parte. I creditori non sono i fantomatici mercati (il mercato è luogo dove si svolgono le transazioni, non il forziere dove si accumulano le fortune dei ricchi, come credono gli ebeti); i creditori sono cittadini normali (direttamente o attraverso i fondi comuni) oppure banche che a loro volta sono debitori di chi ha un conto presso di loro. Le banche (sul cui comportamento e ruolo poco edificante ho scritto nel post precedente) sono semplici intermediari che non hanno nemmeno lontanamente capitali sufficienti a sostenere le perdite sui propri attivi conseguenti ad un ritorno alla lira.

Se la frase vi suona oscura ecco la traduzione per alunni delle elementari: quando babbo Stato fallisce, rubacchia molti soldi anche alle banche che avevano prestato (spesso perché costrette) a babbo Stato i vostri soldini loro affidati. Quando andate allo sportello o al bancomat i vostri soldini non ci saranno più. I banchieri vi diranno di rivolgervi al ministro delle Finanze il quale o allargherà le braccia o vi farà il gesto dell’ombrello, magari in diretta TV da qualche isola caraibica dove si sarà rifugiato.

Decima pillola. Anche chi crede di essere immune perché tanto non ha comprato Bot Btp e Cct, comunque ha una bella e affilata spada di Saccomanni sulla testa, come hanno scoperto recentemente a Cipro. Ogni volta che vi viene accreditato lo stipendio sul conto corrente sappiate che avete un co-intestatario del conto, che di nome fa Repubblica e di cognome Italiana. Ciascuno di voi è responsabile in solido dei suoi debiti. Che vi piaccia o meno. Il modo che la canea anti-euro sta proponendo per pagare i debiti del vostro co-intestatario è quello di ridenominare durante la notte (come si conviene ai ladri) il vostro conto corrente (e tutti i vostri risparmi) in lirette in modo che quando vi svegliate sarete ancora padroni del pigiama e delle lenzuola, forse del materasso ma di ben poco altro (che a breve vi toccherà impegnare).

Del resto se ne sarà appropriato, nottetempo, il vostro co-intestatario.

P.S. Esiste una pervicace sottocultura che abbraccia Scilipoti di vario conio, certi massoni da operetta e alcuni grillini, secondo la quale le Banche centrali sono istituzioni private. Ho già risposto un centinaio di volte a questa corbelleria in tanti post precedenti. Spero di prevenire commenti strampalati rimandando a un esaustivo post scritto a riguardo da Mario Seminerio sul suo blog anni fa.
Ritorno alla Lira for Dummies | Fare per Fermare il Declino.

Solo da Giannino lo stop alla politica – Il Sole 24 ORE


ROMA

Dalla richiesta di Oscar Giannino di tenere lontana la politica dalla gestione delle banche, fino alla proposta del Pdl di limitare eventuali salvataggi solo a tutela dei risparmiatori. Passando per l’appello di Rivoluzione civile a estendere l’Imu agli immobili delle fondazioni bancarie e quello del Movimento 5 Stelle di vietare gli incroci azionari banche-sistema industriale e di introdurre la responsabilità degli istituti sui prodotti proposti con una compartecipazione alle eventuali perdite. Il tema banche è presente nei programmi di quasi tutte le coalizioni in corsa per le prossime politiche, anche se non in posizione di primo piano. È assente nel programma “L’Italia giusta” di Pier Luigi Bersani (Pd), mentre “L’Agenda per un impegno comune” del premier Mario Monti tocca l’argomento solo per segnalare come il settore sia uno di quelli toccati dalle liberalizzazioni nell’ultimo anno. Anche se i due leader, sulla scia della vicenda Mps, hanno ieri chiarito la loro posizione: «In prospettiva credo sia positivo rompere il legame» fondazioni-banche, ha detto Bersani; mentre Monti ha precisato di aver «sempre fatto proposte e raccomandazioni contro la commistione tra banche e politica.

È il Pdl a dare più spazio all’argomento banche nel suo programma di 35 pagine, con un capitolo ad hoc titolato “Le banche hanno avuto tantissimo, ora diano”. Oltre alle iniziative già citate, si parla di «Separazione e/o specializzazione tra banche di credito e banche di investimento», di «rivedere i parametri troppo rigidi di Basilea 3» e di appoggio a «nuove forme di finanziamento e sostegno alle imprese: private equity, venture capital». Si cita anche una «moratoria su rate di mutuo non pagate negli ultimi 18 mesi, con adeguamento del piano di ammortamento alle capacità economiche del debitore» e di «favorire nuovo accesso al credito per famiglie, giovani e imprese». Infine si sottolinea che «i finanziamenti della Banca Centrale Europea alle banche italiane devono essere destinati prioritariamente al credito per famiglie, giovani e imprese». Le dieci proposte di Fare per Fermare il declino, di Oscar Giannino, sono le uniche che già prima dello scandalo Mps mettevano in evidenza come non rappresenta una «vera privatizzazione quando si vende alle fondazioni bancarie». Ieri Giannino ha lanciato la sua proposta: lo Stato ricapitalizzi Mps, per risanare la banca e poi privatizzarla in modo trasparente e redditizio per lo Stato stesso.

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Le priorità

PD

«In prospettiva credo sia positivo rompere il legame» fondazioni-banche, ha detto Bersani. Ma l’argomento istituti di credito è assente nel programma

PDL

È il Pdl a dare più spazio all’argomento banche nel suo programma: tra le proposte, limitare eventuali salvataggi solo a tutela dei risparmiatori

LISTA MONTI

L’Agenda Monti cita le banche come settore toccato dalle liberalizzazioni. Ieri il premier ha detto di essere «contro la commistione tra banche e politica»

MOVIMENTO 5 STELLE

M5S propone di vietare gli incroci azionari banche-sistema industriale e di introdurre la responsabilità degli istituti sui prodotti proposti

RIVOLUZIONE CIVILE

Sull’argomento istituti di credito, l’appello di Rivoluzione civile di Antonio Ingroia è quello di estendere l’Imu agli immobili delle fondazioni bancarie

FERMARE IL DECLINO

Fare per Fermare il declino già prima dello scandalo Mps sottolineava come non rappresenta una «vera privatizzazione quando si vende alle fondazioni bancarie»

viaSolo da Giannino lo stop alla politica – Il Sole 24 ORE.