Carlo Stagnaro

Liberalizzazioni | Liberare l’Italia


Gli italiani pagano i servizi più della media europea: con la concorrenza si possono combattere le rendite e ridurre i prezzi.

Il problema
  • L’Italia è un paese poco aperto alla concorrenza;
  • Meno concorrenza significa meno crescita e meno innovazione: quindi meno opportunità per tutti;
  • Liberalizzare vuol dire rimuovere gli ostacoli che impediscono a nuove imprese di competere e, quindi, far calare i prezzi, con effetti positivi per gli investimenti, il potere d’acquisto delle persone e la crescita economica;
  • Si stima che la piena liberalizzazione del settore dei servizi potrebbe produrre nel lungo termine la crescita
    • dell’11% del Pil;
    • del 18% degli investimenti;
    • dell’8% dell’occupazione;
    • del 12% dei salari reali.
L’Italia è un paese poco aperto alla concorrenza e al mercato. Soprattutto nel settore dei servizi, esistono una serie di barriere alla competizione, legate o all’esistenza di norme che impediscono ai consumatori di scegliere i prodotti e i produttori di loro gradimento, oppure all’intervento diretto dello Stato nell’economia attraverso imprese che operano in regime di monopolio.
Questa condizione si traduce in un grave ostacolo alla crescita economica. Infatti, la concorrenza ha numerose conseguenze positive. In particolare, un regime concorrenziale è associato alla riduzione dei prezzi, all’aumento degli investimenti e alla diffusione delle informazioni. Se il produttore di un dato servizio non ha la certezza della domanda, deve anzitutto far conoscere la sua esistenza e la disponibilità dei suoi prodotti: i consumatori saranno più e meglio informati e potranno confrontare offerte alternative. Secondariamente, per accapparrare clienti il produttore deve fare un’offerta allettante, in particolare riducendo il prezzo. Da ultimo, esso sarà pure spinto adiversificare i suoi prodotti, allo scopo da distinguerli da quelli dei concorrenti: quindi, farà investimenti e innovazione. Per contro, l’assenza di concorrenza si traduce in un mercato meno dinamico, meno innovativo e con prezzi più alti.
E’ stato calcolato che la piena liberalizzazione del settore dei servizi potrebbe avere un effetto pro-crescita di dimensioni estremamente rilevanti: nel lungo termine, il prodotto interno lordo potrebbe crescere dell’11%, gli investimenti del 18%, l’occupazione dell’8% e i salari reali del 12%. Per ottenere questi risultati occorre intervenire soprattutto sui settori dove il mercato è relativamente meno aperto. Nel nostro paese i tentativi di liberalizzazione hanno avuto esiti alterni: alcuni settori hanno fatto significativi passi avanti, altri rimangono estremamente arretrati, come dimostra il grafico seguente.

 



La soluzione

  • Rimuovere tutte le norme che impediscono l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti;
  • Rimuovere tutte le distorsioni di natura fiscale e amministrativa che scoraggiano l’ingresso di nuovi soggetti sul mercato;
  • Nei mercati in condizione di monopolio tecnico, introdurre forme di concorrenza per il mercato e/o regolazione indipendente;
  • Imporre la separazione proprietaria delle reti infrastrutturali dagli operatori di mercato;
  • Rimuovere ogni forma di controllo dei prezzi o di vincolo ingiustificato alla conduzione dell’attività imprenditoriale;
  • Privatizzare tutte le società pubbliche.
Liberalizzare significa creare condizioni favorevoli alla concorrenza. Poiché i maggiori ostacoli alla competizione sono di origine normativa, la più importante misura di liberalizzazione consiste in un processo di deregolamentazione ad ampio raggio.
Infatti creare le condizioni per la concorrenza significa rimuovere ogni forma di regolamentazione non necessaria che vincoli l’avvio e la conduzione dell’attività imprenditoriale. Le regolamentazioni non necessarie sono spesso pensate per, o comunque hanno l’effetto di, restringere le opportunità di concorrenza. Garantire che il livello di regolamentazione del mercato sia il minimo indispensabile serve, quindi, per creare dinamismo e ampliare la libertà di scelta.
Al di là di questo, è difficile individuare precetti generali, ma è possibile esprimere alcune considerazioni di largo ordine.
Laddove esistano dei servizi pubblici per i quali si ritiene desiderabile che siano sussidiati in virtù delle loro esternalità positive – come il trasporto pubblico locale – è importante che la procedura di affidamento sia a evidenza pubblica, e che la durata dell’affidamento sia la più breve possibile. In questo modo è possibile “mimare” il processo concorrenziale rendendo contendibile il mercato, e selezionando il produttore in grado di offrire il servizio migliore al costo più contenuto.
In presenza di infrastrutture a rete non duplicabili – come le reti elettrica, del gas o ferroviaria – queste ultime devono essere separate dalle società di servizi, per evitare conflitti di interesse che sfocino in un sottoinvestimento strategico (cioè che gli investimenti siano sottodimensionati allo scopo di contenere l’offerta e proteggere i margini del soggetto dominante verticalmente integrato). Inoltre, i servizi a rete vanno regolati da autorità indipendenti, autonome dai governi e dai partiti e ad alto contenuto tecnico, per garantire un orizzonte di lungo termine e una ragionevole stabilità alla regolazione.
Infine, la presenza di società pubbliche è di per sé un ostacolo alla concorrenza. I potenziali nuovi entranti rischiano di essere scoraggiati in virtù del conflitto di interessi implicito tra uno Stato che, al tempo stesso, un interesse nei risultati delle imprese partecipate, e il potere di modificare in un senso o nell’altro il contesto normativo di riferimento. In questa prospettiva, privatizzare le imprese pubbliche è consustanziale a un processo di liberalizzazioni.
di Carlo Stagnaro

Liberalizzazioni.

Energia, Stagnaro (Fermare il declino): ‘Strategia? Limitare l’intervento pubblico’ – Il Fatto Quotidiano


L’INTERVISTA – Per il candidato della lista di Oscar Giannino “i settori energetici devono essere resi pienamente concorrenziali. E i prezzi delle bollette possono scendere se non si fanno pagare gli incentivi ai consumatori”. Infine sul fotovoltaico: “Abbiamo danneggiato le prospettive di sviluppo tecnologico del settore in Italia perché abbiamo distribuito i soldi con l’idrante”

Carlo Stagnaro

Carlo Stagnaro

Più mercato e più concorrenza. Meno pianificazione, meno rendite, meno gestioni para-pubbliche. In sintesi, meno Stato. La ricetta di Fare per Fermare il Declino, anche per l’energia e l’ambiente, si basa sulle idee di libertà economica, cavallo di battaglia del movimento. Carlo Stagnaro, economista, uno dei fondatori, spiega perché. Partendo dal documento lasciato in eredità dal governo tecnico sull’energia, la “Strategia energetica nazionale”, che non gli piace.

Cosa non va nella strategia energetica nazionale?
Due cose. Una è l’idea stessa di ‘strategia energetica nazionale’. Noi pensiamo che i settori energetici debbano essere resi pienamente concorrenziali. Senza dubbio, alcuni aspetti devono essere oggetto di regolazione pubblica, ma per tutti i temi – dal mix delle fonti, a quali infrastrutture costruire – alla fine le decisioni devono nascere dagli operatori e dal mercato. L’altra grossa obiezione è che la Sen assegna un ruolo dominante alla regia governativa sugli investimenti, in particolare infrastrutturali. Crea così l’impressione di far crescere la parte ‘amministrata’ del prezzo, sia sulla bolletta elettrica, che del gas, contro la parte che si determina sul mercato.

Quali interventi si possono fare per ridurre i prezzi?
Per l’elettricità quello più importante consiste nel razionalizzare gli oneri di sistema: tutto quello che va dagli incentivi alle fonti rinnovabili, ai sussidi, ai grandi consumatori, in particolare alle ferrovie, e altro. Si può cercare di ridurli, per esempio spostandone alcuni sulla fiscalità generale. Ma soprattutto si deve fare in modo di escludere dalla bolletta forme di sussidio da parte di alcuni gruppi di consumatori, come le pmi, o le famiglie, ad altri, come per esempio Trenitalia o CarboSulcis. Sul gas serve un intervento strutturale, che completi la separazione di Snam da Eni, e si devono ridurre altri ingessamenti di mercato. Sia per l’elettrico che per il gas poi, la presenza di aziende dominanti in mano pubblica è di per sé distorsiva, e quindi è indispensabile privatizzare tutti gli operatori: Eni, Enel, e le municipalizzate.

Parliamo di energia pulita. Quale futuro per le rinnovabili?
Hanno già un ruolo enorme, soprattutto nella produzione di energia elettrica. Il fotovoltaico è stato in passato fonte di anomalie e di un eccesso di incentivazione. Sono errori che non vanno ripetuti. Sul fotovoltaico abbiamo regalato una rendita, e peraltro gravemente danneggiato le prospettive di sviluppo tecnologico del settore in Italia perché abbiamo distribuito i soldi con l’idrante. Banalmente, se già spendiamo 10 miliardi all’anno per le rinnovabili, abbiamo meno flessibilità in termini economici. Oggi dobbiamo giocare in difesa, non per scelta, ma come conseguenza inevitabile degli errori del passato, che hanno un nome e cognome: 2° Conto energia, e “salva Alcoa”.

E del nucleare cosa pensate?
Anche al netto del referendum (nel giugno 2011 ndr), credo che il nucleare in Italia oggi non abbia alcuna prospettiva. Nel breve termine abbiamo un problema di eccesso di capacità, per cui non vedo perché qualcuno debba investire in nuova potenza, tra l’altro caratterizzata da altissimi costi fissi. Oltre a questo, francamente, ci sarebbe un problema di accettazione sociale insuperabile. E a prescindere da tutto, dobbiamo ancora risolvere la questione dello stoccaggio delle scorie.

Parlando di rifiuti, quali sono le priorità da affrontare?
Credo che anche lì, ci sia un problema di concorrenza. Continuiamo a gestire la raccolta attraverso società pubbliche che vivono sostanzialmente di affidamenti diretti, e sono mediamente molto inefficienti, sia dal punto di vista della performance che del costo per unità di prodotto. Mi spiace dirlo, ma lì il governo Monti ha agito in modo assolutamente anticoncorrenziale. Mettiamola così: il governo Monti ha fatto un intervento che il commissario alla concorrenza Mario Monti avrebbe probabilmente bocciato, prorogando fino al 2020 gli affidamenti diretti dati a società quotate. Che è una cosa contraria a tutti i principi del diritto comunitario, oltre che a quelli del buonsenso. (Public Policy)

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Risposta a Guzzetti sulle Fondazioni Bancarie | Fare per Fermare il Declino


Michele Boldrin, Oscar Giannino, Andrea Moro Carlo Stagnaro rispondono all’intervista data da Giuseppe Guzzetti, presidente dell’ACRI (l’associazione delle fondazioni bancarie) su Avvenire.

Le fondazioni pilastro del welfare? Lo sostiene il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, in un’intervista (Avvenire, 30 gennaio 2013). Nella stessa occasione, Guzzetti sminuisce i rischi della partecipazione attiva alla gestione delle banche e della conseguente commistione tra banche e politica. In pratica il sistema è sano e il caso Monte Paschi, che ha portato al quasi default della banca e della Fondazione che ne controllava il 51%, è solo un’anomalia, un’eccezione, la solita mela marcia. L’eccezione di Mps è stata prima di tutto di fronte alla legge: come ha sostenuto pochi giorni fa lo stesso Guzzetti la Fondazione senese è l’unica con uno statuto in palese violazione della legge Ciampi. E’ apprezzabile che questa anomalia venga segnalata, anche se apparentemente non doveva essere così grave agli occhi del presidente Guzzetti, visto che non gli ha impedito di scegliere nel corso degli anni come suoi vice prima Giuseppe Mussari e poi Gabriello Mancini, gli ultimi due presidenti dell’unica Fondazione con uno statuto illegale. Inoltre, il presidente dell’Acri oggi giustamente accusa la Fondazione senese di non aver diversificato gli investimenti e di essersi allontanata dalle sue finalità di utilità generale, ma all’epoca dell’acquisto di Antonveneta lo stesso Guzzetti si congratulava con il presidente di Mps per l’ottima operazione: “complimenti a Mussari, sono stati bravi: Mps ha il ruolo che si merita nel panorama bancario”.

A parte il caso Mps, gli stessi dati esposti da Guzzetti nell’intervista dimostrano che alcune fondazioni, pur avendo diversificato in parte il loro portafoglio, mantengono partecipazioni importanti in alcune banche. Eppure, dopo la vicenda del Monte dei Paschi, dovrebbe essere evidente il rischio di lasciare la gestione delle scelte finanziarie di una banca, anche indirettamente, nelle mani dei politici, che nominano i consigli di amministrazione delle fondazioni scegliendo, sovente, altri uomini politici. Il politico, che non gestisce soldi propri, tende a preferire scelte più rischiose e in ogni caso non necessariamente collegate agli obiettivi che una banca dovrebbe perseguire: raccogliere depositi per concederli a credito non agli imprenditori “amici”, ma a quelli con i migliori progetti imprenditoriali; e contribuire allo sviluppo culturale del territorio attraverso iniziative incisive, piuttosto che finanziando – ancora e sempre – gli amici degli amici.

Invece per Guzzetti l’intreccio politica-fondazioni-banche non è un problema, il pericolo viene da “un certo pensiero iper-liberista” che con “un ragionamento capzioso” vuole diluire il peso delle Fondazioni per far arrivare nuovi azionisti “magari stranieri”. Dopo le ultime vicende, più che un richiamo ad un ipotetico pericoloso “pensiero iper-liberista”, ci saremmo aspettati qualche riflessione in più su come limitare ed evitare l’influenza della politica sul sistema creditizio: basta dare un’occhiata aivertici delle fondazioni e delle banche per notare la massiccia presenza di politici o ex politici di professione. Ci saremmo aspettati qualche riflessione da parte del presidente dell’Acri sul passaggio diretto di politici dagli enti locali alle fondazioni. Se, come Guzzetti sostiene, le fondazioni non controllano né ambiscono a controllare le banche, ci saremmo aspettati qualche riflessione sullo stesso codice di autodisciplina dell’Acri che non impedisce alle fondazioni di nominare propri membri ai vertici delle banche di cui sono proprietarie (e anche in questo la vicenda Mussari-Mps è emblematica). Ci saremmo anche aspettati un atteggiamento meno sciovinista: gli italianissimi gestori delle fondazioni non hanno, in molti casi, dato buona prova di sé.

Ciò che preoccupa non è solo la mancata consapevolezza o presa di coscienza che l’affaire Mps sia un problema sistemico, ma anche il concetto medievale di welfare che scaturisce dalle parole di Guzzetti. Un’idea arcaica di protezione sociale che vogliamo eliminare: il mondo delle raccomandazioni, dei favori e dei posti di lavoro distribuiti dai politici che possono arbitrariamente controllare chi e quando riceve cosa. Il welfare in un paese moderno serve a garantire un’assicurazione sociale contro eventi inattesi, per ottenere maggiore giustizia sociale e maggiore crescita. Il “pilastro” del welfare dovrebbe essere un’assistenza pubblica accessibile a tutti con regole eque, precise, svincolate dall’arbitrarietà del politico di turno.

Non neghiamo che esista un ruolo per la beneficenza da parte di privati e fondazioni non a scopo di lucro, possibilmente slegate dalla politica, ma per fare beneficenza non serve controllare le banche, basta metterci i soldi propri.

Risposta a Guzzetti sulle Fondazioni Bancarie | Fare per Fermare il Declino.

La Patrimoniale deve pagarla lo Stato – Corriere.it


Caro direttore, accolgo l’invito venuto domenica dal Corriere della Sera, a firma di Ernesto Galli della Loggia. La campagna elettorale rischia ancora una volta di ridursi a chi sta con chi e contro chi. Serve invece un confronto incentrato su chi propone che cosa, con numeri chiari. È questa la ragione per la quale con economisti come Luigi Zingales, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, ho lanciato un manifesto programmatico in 10 punti, base della lista Fare per Fermare il declino.

Indichiamo come rispettare i vincoli europei e di mercato, ma con un mix molto diverso da quello praticato dalla vecchia politica, che ha determinato in 18 anni perdita ingente di prodotto, reddito e competitività, con una spesa pubblica e una pressione fiscale record, e un debito pubblico che continua a crescere. Sul sito del movimento si trovano le schede di approfondimento per ogni punto.

Prendersela con l’euro è una scusa. Nei primi 8 anni, la moneta unica ha garantito all’Italia circa 700 miliardi di minor spesa pubblica per interessi, grazie allo spread bassissimo sui titoli tedeschi. Ma la politica italiana – destra e sinistra – ha preferito bruciarli alzando la spesa pubblica.

Nel 1990-2010 il Pil nominale è cresciuto del 121%, la spesa primaria del 152%. Di qui una risposta altrettanto sbagliata, con Berlusconi e anche con Monti: la stangata fiscale. Un conto è augurarsi un’Euroarea più cooperativa, altra è disconoscere l’azzardo morale dei politici nostrani.

Indichiamo perciò come abbattere di 25 punti di Pil in 5 anni il debito pubblico. La patrimoniale non la devono pagare gli italiani, già strangolati dal Fisco. La deve pagare lo Stato, che ha beni largamente in eccesso a questo fine. Trentacinque miliardi l’anno per 5 anni di dismissioni: 105 da mattoni pubblici, 90 da società controllate, 15 dalle concessioni. Per la cessione di mattoni occorre pensare a veicoli di mercato, incardinati in ordinamenti diversi da quello italiano, che consentano risposte certe su tempi e impugnative, e gestiti tramite gara da grandi attori del mercato.

Chi non vuole le dismissioni pubbliche pensa che a pagare debbano essere ancora gli italiani. Noi no. Così facendo, si liberano molte energie per crescere. Con il Fisco attuale, è impossibile. Proponiamo tagli di spesa pubblica per 6 punti di Pil in 5 anni, a fronte di 5 punti di minori entrate. Indichiamo come farlo per ogni voce di spesa. I tagli maggiori vengono per 2 punti in 5 anni da spese generali e consumi intermedi della pubblica amministrazione, riorganizzando profondamente su piattaforme telematiche gli acquisti e con un taglio generale ai costi della politica. E per 2 punti da riequilibri nelle pensioni, tutelando chi le ha esigue e intervenendo invece in diversa misura su quelle oltre i 2.500 euro. Abbiamo oltre 4 milioni di pensioni a 512 euro, mentre lo 0,4% dei pensionati incide per il 12% dell’esborso annuo. Più risorse a scuola, università e ricerca, basta tagli all’ambiente.

Sul Fisco, i 90 miliardi di minori entrate in 5 anni significano per noi abolizione totale dell’Irap, ed energico abbassamento del cuneo fiscale, lo scandalo per il quale sull’impresa italiana media gravano 22 punti di total tax rate più di quella tedesca, 32 più di quella britannica. Va ricentrato il welfare sulle vere vittime della crisi, giovani, donne, disoccupati di lungo periodo. A parità di reddito realizzato e di lavoro offerto, per chi ha minor anzianità contributiva vanno fortemente diminuite pressione fiscale e contributiva, come si fece in Germania, per poi alzargliele quando reddito e tutele aumentano negli anni.

Ci sono altri punti. Liberalizzazioni per ogni comparto del mercato e privatizzazione della Rai, riforma della giustizia, macroregioni e federalismo con abolizione delle Province, potenziamento ma accorpamento dei Comuni. Ma mi fermo. Diffido di chi non propone numeri concreti. Siano politici vecchi o nuovi, si tengono le mani libere. Per poi metterle in tasca agli italiani. Al deposito di un concreto programma di governo, i parlamentari dovrebbero essere pagati solo in proporzione al suo stato di realizzazione.

Oscar Giannino

La Patrimoniale deve pagarla lo Stato – Corriere.it.

Intervista a Carlo Stagnaro sul futuro di Fermare il Declino | Fermare il Declino


Aveva sperato in Renzi, ma non si meraviglia della vittoria di Bersani. Ora però pensa a come rafforzare un´intesa tra quei movimenti, come Fermare il Declino e Italia Futura, che con un Pd spostato a sinistra e un grillismo anticapitalista hanno potenzialità inespresse per una vasta fascia di elettorato liberale e riformatore. Sono i pensieri e gli umori di Carlo Stagnaro, uno dei promotori con Oscar Giannino, Alberto Bisin e Luigi Zingales di Fermare il Declino: “La vittoria di Bersani era largamente attesa, date le regole che impedivano il voto a chiunque non avesse partecipato al primo turno – dice Stagnaro in una conversazione con Formiche.net – Tuttavia non sarà priva di conseguenze”.

E allora analizziamole, viste con gli occhi di un turbo liberista come lei. Non si offende se la chiamo così, vero?

“Mi offenderei se avesse il dubbio che non lo sono. Tutte le evidenze dicono che in Italia c’è troppo Stato e troppo poca concorrenza. Ciò detto, sul piano politico il risultato delle primarie disegna un Pd a vocazione minoritaria costretto ad appaltare all’Udc la conquista degli elettori delusi dal centrodestra e tentati dall’astensione o da Beppe Grillo. Dato che la legge elettorale sarà o il Porcellum o una sua modesta revisione, questo pone le basi per un futuro sulla scorta del Monti bis (o variazioni sul tema) nel quale prevarranno probabilmente le spinte verso un ulteriore aggiustamento del bilancio dal lato delle entrate (per esempio con l’introduzione di una patrimoniale straordinaria) e con poca benzina nel motore riformista”.

Con un sinistro Bersani tornerà il destro Berlusconi?

“Il successo di un Bersani a trazione sinistra – come dimostrano tutti i messaggi lanciati in questi ultimi giorni, a partire dall’enfasi sulla ‘politica industriale´ intesa come ruolo muscolare dello Stato – aumenta le chance di Berlusconi di consolidare il suo ascendente sul centrodestra. Il risultato è quello di un ancoramento delle prossime elezioni alla dinamica politica della Seconda Repubblica, facendone l’ennesimo referendum su Berlusconi (sebbene, questa volta, con risultati presumibilmente negativi per il Cav.)”.

In questo schema Italia Futura e Fermare il Declino potrebbero ritagliarsi un ruolo nuovista e riformatore, magari occhieggiando all´elettorato renziano?

“Un attimo. Lo scenario che ho delineato implica, da un lato, che si apre una finestra di opportunità per chi sta fuori dagli schemi senza cedere al populismo distruttivo alla Grillo; dall’altro, un serio rischio che al declino si risponda con più declino”.

Stagnaro, parliamoci chiaro: lei è tutto contento che ha vinto Bersani…

“Non sono contento della vittoria di Bersani, anzi. Ho sinceramente sperato in Renzi: avrebbe potuto rappresentare una grande opportunità per il Pd, per il Paese, e anche per Fermare il Declino. Oggi tutte le strade sono più in salita e più ripide. Ma bisogna guardare le cose come sono, non come avrebbero potuto essere. Che significa anche mantenere lo sguardo sullo stesso Renzi, sapendo però che giocherà la sua partita in un Pd che non è potabile per chi crede nell’improrogabilità delle riforme e guarda con preoccupazione al rischio di restaurazione. Quindi bisogna concentrarsi sull’obiettivo di costruire, dal basso, un’alternativa ai partiti che sappia essere inclusiva e coinvolga ‘chi ci sta´”.

Parliamo chiaro, Stagnaro. Che cos´è questa alternativa di cui parla?

“E´ evidente che con Bersani gli elettori in cerca di nuova offerta politica non trovano una risposta. C’è dunque, anche a livello nazionale, quella prateria di scontento che si è vista nel 53% di siciliani che non sono andati alle urne. A questi elettori, forze come Fermare il declino e altre iniziative civiche e della società civile possono parlare…”.

Alt, sta dicendo, anzi sta auspicando un accordo chiaro e forte tra Fermare il Declino e Italia Futura, nonostante le recenti scaramucce?

“Dico solo che queste forze, se vogliono trovare un terreno comune, condividano un programma (liberalizzazioni, privatizzazioni, tagli di spesa e di tasse) e concordino sul non accompagnarsi a coloro che hanno causato e prodotto il declino con le loro scelte di politica economica (come Udc e Pd bersaniano, per non parlare dei componenti dell’ex compagine berlusconiana, dal Pdl a Fli alla Lega)”.

E se questo non avverrà?

“Se tutto ciò non avverrà, è più probabile che, nell’assenza di un´alternativa a cui venga riconosciuta la possibilità di imporsi e quindi tale da mobilitare quanti sono disposti a dare un voto purché ‘utile´ e non meramente identitario, ci troveremo di fronte a una maggioranza e un governo convinti che la loro missione si riassuma nella necessità contabile di ottenere conti figurativamente in equilibrio. E che pertanto si senta libera di non riformare nulla, tagliare poco, e tassare troppo, alimentando ulteriormente la crisi italiana”.

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Scassiniamo la Cassa dello Stato Cdp. L´urlo di Stagnaro | Fermare il Declino


Diceva Margaret Thatcher che lInghilterra, allepoca in cui lei fece il suo ingresso a Downing Street numero 10, era un Paese nel quale le imprese private erano controllate dai funzionari pubblici e quelle pubbliche da nessuno. L’Italia potrebbe oggi diventare un Paese nel quale le imprese private sono controllate dalla Cassa depositi e prestiti, e la Cdp da nessuno.

La Cdp è una delle eredità più tenaci lasciate dal ventennio tremontiano. Oggi la Cassa – società formalmente privata ma sostanzialmente pubblica, o meglio privata o pubblica secondo la convenienza del momento – direttamente o indirettamente partecipa in posizione chiave a molti settori delleconomia italiana. Direttamente, controlla alcune tra le maggiori utility Snam, Terna e il colosso delloil & gas Eni, Finmeccanica, una piccola quota di StMicroelectronics. Attraverso i fondi da essa partecipati F2i o controllati Fsi è invece in una serie di business che vanno dalle energie rinnovabili alle reti di distribuzione locale dellelettricità e del gas. Inoltre, la Cdp rafforza il conflitto dinteresse implicito nella proprietà pubblica di Poste, della quale amministra il risparmio dei correntisti garantito dallo Stato. Infine, proprio per la sua natura ibrida Cdp si presta a operazioni di cosmesi finanziaria, come lacquisto dal Tesoro di Sace, Fintecna e Simest che, attraverso una partita di giro, ha prodotto una riduzione apparente del debito pubblico ai fini Eurostat.

Come ha scritto Luigi Zingales, però, “per il governo italiano la Cdp altro non è che una di quelle entità fuori bilancio Special Purpose Entity inammissibili nel settore privato ma permesse nel settore pubblico che vive di regole diverse”. Nelle prossime settimane, sul sito dellIstituto Bruno Leoni sarà possibile consultare una sezione apposita – “Abbiamo una Cassa”, curata da Lucia Quaglino – nella quale verranno fornite una serie di informazioni di cui non tutti sembrano essere consapevoli: dalla descrizione della “galassia Cdp” che è stata pure al centro di una bella inchiesta di Luca Martinelli per Altreconomia alla spiegazione del perché la Cdp è, formalmente, al di fuori del perimetro pubblico ma, sostanzialmente, no. Una osservazione su tutte: nessuna delle tre agenzie di rating distingue la Cdp dallo Stato, riconoscendo che il rapporto tra Tesoro e Cassa non è gerarchico: è osmotico. Tuttavia, è proprio in un momento di debolezza della politica che la Cassa conosce la massima espansione, a dimostrazione del fatto che non esiste alcun efficace strumento che limiti lespansione dello Stato, nel momento in cui la porta viene lasciata socchiusa: come il Nulla nella “Storia infinita” di Michael Ende, la Cdp si allarga sempre e non si restringe mai. E non importa se le operazioni vengono presentate come temporanee: certe promesse, in politica, sono evanescenti.

La strategia svelata da Formiche.net è perfettamente funzionale a una visione della Cassa come epicentro di un ritorno pesante dello Stato imprenditore, specialmente nei settori regolati dove paradossalmente le liberalizzazioni parevano aver segnato una discontinuità forte. Discontinuità che, invece, ha trovato un contrappeso nell´inossidabile coerenza con cui i governi di centrodestra e centrosinistra hanno progressivamente allentato le briglie della “banca dello Stato”.

Adesso la Cassa si sta muovendo, attraverso F2i e Fsi, nel mondo delle utility locali, al fine dichiarato di promuovere il consolidamento del settore e laggregazione di società spesso frammentate e inefficienti.

Lodevole intenzione, ma perché il driver deve venire da un ente pubblico? La principale ragione per cui queste realtà rimangono frammentate e inefficienti è che esse sono alla mercé della politica e dei partiti, essendo perlopiù partecipate dagli enti locali. Cioè a determinare inefficienze, extracosti e incapacità di trovare una dimensione adeguata è legata principalmente al fatto che molte utility locali sono e restano feudi dei partiti. Non vè dubbio, in questo senso, che lintervento della Cdp possa avviare un processo di fusioni e acquisizioni, ma trattandosi sempre, in ultima analisi, di un intervento di marca politica, non vi è alcuna garanzia che tale processo saprà trovare la dimensione “ottima”, in considerazione delle condizioni esterne del mercato, della tecnologia, eccetera. Anzi, vi è la quasi garanzia che ci si spingerà troppo in là, verso una concentrazione eccessiva, come sta accadendo per esempio nella distribuzione locale del gas attraverso F2i, da un lato, e Snam, dall’altro.

Non solo: se si guarda in controluce il progetto della Cassa, si osserva che siamo in presenza del tentativo neppure troppo mascherato di riunire lintera infrastruttura energetica in mani pubbliche, destituendo quindi di senso il tentativo di introdurre forme di concorrenza per il mercato. Cioè, nel nome di una presunta efficienza tecnocratica, la Cdp è al centro di un gigantesco fenomeno di riavvolgimento della storia, a valle del quale cè la centralizzazione – per ora – dei segmenti regolati del mercato. E grave che questo possa accadere, è più grave che la scelta venga di fatto affidata a un soggetto strumentale del governo dal profilo ambiguo, ed è gravissimo che il disegno se questo è non sia reso in alcun modo esplicito.

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