Diritto al lavoro

Le contraddizioni del decreto lavoro | noiseFromAmeriKa


27 giugno 2013  giulio zanella

Ieri il governo ha approvato il “decreto lavoro 2013”. Un breve commento per sottolinearne alcuni aspetti contraddittori.

I dettagli del provvedimento sono quiqui e qui.

Contraddizione 1. La principale misura consiste nella riduzione del costo del lavoro di 1/3 per 18 mesi per i neoassunti (neoassunti speciali, vedi sotto). Se il governo crede che questo possa bastare a creare un posto di lavoro, allora crede che il costo del lavoro sia l’ostacolo che impedisce all’occupazione di aumentare. Perche’ allora non fare una delle seguenti cose, o una combinazione delle due? Primo, ridurre la pressione fiscale sul lavoro. 1/3 del costo del lavoro per un anno e mezzo equivale (facendo i conti facili con zero inflazione e zero tasso di interesse) al 5% del costo del lavoro per un rapporto di lavoro con durata attesa di 10 anni. Se la misura varata crea occupazione, il taglio si autofinanzia per neoassunti e finanzia parte del taglio per i gia’ occupati (un nuovo occupato finanziera’ il taglio di 2 gia’ occupati coi 2/3 di cuneo fiscale che restano dopo lo sgravio, assumendo che i nuovi posti di lavoro siano distribuiti, rispetto al salario, come quelli esistenti). Se e’ politicamente impossibile ridurre la spesa per reperire le risorse residue necessarie c’e’ un secondo (equivalente) modo: permettere che un neoassunto accetti un salario lordo del 5% inferiore. Dovrebbe essere meglio che essere disoccupato. Se il governo non fa queste cose rivela di non credere che funzionino.

Contraddizione 2. Il target sono i lavoratori meno qualificati: un requisito e’ essere un giovane con titolo di studio inferiore al diploma di scuola superiore (la terza media, cioe’). Si parla di spendere circa 800 milioni di euro per 100mila nuove assunzioni a tempo indeterminato, circa 8mila euro a posto di lavoro. I numeri del governo implicano quindi riduzione media di 450 euro al mese ovvero target si un salario medio lordo mensile di 1350 euro. Parecchio basso, trattandosi di salario lordo per lavori a tempo indeterminato. A me non pare una buona idea distorcere i salari relativi per incentivare la creazione di posti di lavoro a cosi’ basso valore aggiunto, disincentivando quindi la creazione di quelli di maggiore qualita’. Quelli che il governo vuole creare non saranno (se mai si materializzeranno, dato quello che sappiamo su sussidi di questo tipo) posti di lavoro “buoni”, il che contraddice lo slogan del governo secondo il quale il provvedimento creera’ posti di lavoro di qualita’. Non sarebbe meglio affrontare il problema dei disoccupati con bassissimo capitale umano nel mezzo di una recessione mediante forme attive (formazione) e passive (trasferimenti) di welfare?

Contraddizione 3.  Il decreto prevede vantaggi per chi assume lavoratori in cassa integrazione (CIG). La logica della CIG e’ tenere legato il lavoratore all’impresa durante i momenti di crisi. Il governo crede all’utilita’ della CIG o no? Se no, dovrebbe sostituire questo istituto (come da tempo su questo blog suggeriamo) con un’assicurazione pubblica universale contro la disoccupazione stile Danimarca, rafforzando l’ASPI. Se si, perche’ prevedere questi vantaggi nel decreto lavoro?

Contraddizione 4.  Il decreto riduce la lunghezza della “pause” obbligatorie tra un contratto temporaneo e un altro introdotte dalla riforma Fornero: da 60-90 giorni a 10-20. Non ho mai capito il motivo per cui queste pause siano state introdotte, visto che peggiorano (e di parecchio, lo vedo per esperienza diretta di parenti e conoscenti) la situazione dei lavoratori precari. Se il governo crede che queste pause siano dannose (come il mettervi mano suggerisce) allora deve eliminarle del tutto. Se non lo fa allora vuol dire che le ritiene utili. Che senso ha ridurle a 10-20 giorni? Perche’ non 7 o 28? Perche’ non aumentarle a 109?

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Una linea condivisa per affrontare la crisi di Ideal Standard – Cronaca – Messaggero Veneto


Ideal Standard.ZOPPOLA. Si è riunita la conferenza dei capigruppo per affrontare la delicata situazione relativa a Ideal Standard. Presenti Gilberto Vescovi per Zoppola democratica, Fausto Zilli per Un comune per tutti, Pier Francesco Cardente per la lista Cardente, Angelo Masotti Cristofoli per Alternativa civica e Giulio Cazzol per il M5S, oltre che il sindaco Francesca Papais e la giunta. Dal tavolo è uscita una linea condivisa, che fa seguito agli incontri istituzionali avuti dalla prima cittadina e dall’assessore alle Attività produttive, Alessandro Quattrin. L’obiettivo del consiglio comunale di Zoppola è di formare un fronte unico, coeso e compatto, al fine di sostenere un difficile percorso in una crisi accentuatasi negli ultimi mesi. Martedì è in programma il tavolo dal quale si dovrebbe sapere di più sul futuro dello stabilimento di Orcenico Inferiore, dei suoi 500 lavoratori e delle loro famiglie.

Soddisfatta Papais. «Ritengo sia stato avviato un nuovo percorso, che, fermo restando il rispetto dei diversi ruoli, si pone come obiettivo di arrivare a larghe intese sui temi più importanti per la comunità locale – ha detto il sindaco –. Inutile nasconderselo, la situazione è estremamente complessa e gli scenari sono negativi. Tutte le istituzioni dovranno agire in maniera unitaria per evitare che la già difficile situazione dei lavoratori di Orcenico non peggiori ulteriormente». E ha aggiunto: «Da parte di tutti i capigruppo c’è stata disponibilità al dialogo e al confronto. Questo fa bene sperare per il futuro. E’ fondamentale che tutte le forze politiche presenti a Zoppola si adoperino per sostenere i lavoratori, mettendosi dalla loro parte e cercando di esercitare una pressione che possa rivelarsi positiva per operai e impiegati – ha sottolineato il sindaco –. Martedì è in programma il tavolo tra azienda, istituzioni e sindacati: faremo sentire la voce del nostro territorio, anche se va ricordato che le eventuali ricadute negative potrebbero coinvolgere diversi comuni, quelli di provenienza dei lavoratori».

Massimo Pighin

viaUna linea condivisa per affrontare la crisi di Ideal Standard – Cronaca – Messaggero Veneto.

Occupazione: Staffetta tra anziani e giovani – una cagata pazzesca


Riporto l’articolo del 24 maggio 2013 di Andrea Moro pubblicato su http://www.noisefromamerika.org 
Titolo originale: Occupazione e ricambio intergenerazionale.

Pre-pensionare o sotto-occupare gli anziani serve a far trovare lavoro ai giovani? Una delle tante favole vetero-sindacaliste che molti amano raccontare al popolo direbbe di sì. Questa linea di pensiero sembra essere fatta propria dal governo Letta, che propone una “staffetta intergenerazionale” che incentivi minore occupazione degli anziani in cambio di maggiore occupazione giovanile. Le cose non stanno così. Tito Boeri e Vincenzo Galasso su lavoce.info hanno provato a smentire la tesi delle virtù benefiche della ”staffetta” mostrando che non esiste correlazione fra occupazione adulta e disoccupazione giovanile fra diversi stati. La questione è stata oggetto di dibattito fra il segretario FIOM Landini e il nostro Michele anche ieri ad Otto e Mezzo. In questo post aggiungo ulteriori elementi di analisi guardando alla correlazione tra tasso di occupazione dei giovani e degli anziani.

La logica della favola è quella, solita, del modello superfisso: esiste un numero dato di posti di lavori disponibili, per cui se vuoi far lavorare i giovani, devi toglierli agli anziani. Fine della storia. Una versione leggermente più sofisticata della stessa favola è che i giovani sono belli, pimpanti e produttivi, mentre gli anziani sono stanchi e hanno in mente la pensione e i nipotini. Nello scambio dunque, il paese guadagnerebbe in produttività. Questo ragionamento, pur essendo leggermente più intelligente, ignora intanto che i giovani mancano di esperienza, e bisognerebbe dunque andare a misurare quanto la minore esperienza dei giovani conti rispetto alla maggiore stanchezza degli anziani. Ma il problema principale è che i pensionati vanno mantenuti con i soldi dei giovani, e che pensionare più gente significa aumentare le tasse per i lavoratori, che di conseguenza hanno meno incentivi per lavorare, e per chi fa impresa, con meno incentivi per creare posti di lavoro.

Teoria a parte, Boeri e Galasso mostrano bene come non vi sia alcuna correlazione fra tasso di attività delle persone da 55 a 64 anni di età e disoccupazione giovanile (15-24 anni). La loro analisi ha generato un piccolo tarlo nel mio cervelletto, e ho voluto andare a guardare anche al rapporto fra i tassi di occupazione giovanile, anziché solo a quelli di disoccupazione. Spero in questo modo di fornire qualche dato in più rispetto alla interessante analisi di Tito e Vincenzo, che hanno anche scritto qualche anno fa un bel libro sul tema del conflitto intergenerazionale. Il motivo principale per cui preferisco guardare al tasso di occupazione è che il tasso di disoccupazione è per sua natura una variabile ciclica, fortemente influenzata dall’andamento congiunturale dell’economia (è definito come il rapporto fra persone che stanno cercando lavoro sul totale delle persone attive  – è cioé di quelle che hanno o stanno cercando lavoro). Chi non cerca lavoro e non lavora, non rientra nel computo del tasso di disoccupazione, mentre qui l’idea è che pensionando o facendo lavorare meno gli anziani si creano opportunità di lavoro e di crescita. Preferisco dunque guardare a una variabile che meglio indichi il trend economico con una frequenza più lunga, e per questo il tasso di occupazione, che misura il rapporto fra occupati e popolazione credo sia una variabile più adeguata.

Ho scaricato i dati dei tassi di occupazione delle persone in età pre-pensionamento (55-64), che chiamerò “tasso di occupazione adulta” per evitare di tacciare come anziani persone la cui età è sempre piu vicina alla mia, e dei tassi di occupazione giovanile (15-24). La seguente figura (cliccare per ingrandirla) mostra il rapporto fra le due variabili in un anno pre-crisi, per i soli maschi.

Il tasso di occupazione giovanlie è positivamente correlato al tasso di occupazione degli anziani
(cliccare la figura per ingrandire)

La pendenza della retta (un fit lineare) è 0,74, e cioé in media (senza pretendere di stabilire nessun rapporto di causalità) per ogni punto percentuale di aumento di occupazione adulta, l’occupazione giovanile è maggiore di ben 0,74 punti! Se dovessimo credere al modello superfisso, il rapporto dovrebbe essere negativo e vicino a -1 (uguale a -1 se i due segmenti di popolazione avessero la stessa dimensione). La stessa retta calcolata usando i tassi di occupazione femminile ha una pendenza di 0.64.

La figura dice già tutto. Per i più curiosi, ho preso tutti gli anni disponibili (dal 1992 al 2012) e tutti i 35 stati. Una regressione semplice del tasso di occupazione giovanile sul tasso di occupazione adulta fornisce un bel coefficiente di 0.61 (errore standard 0.03). Per tener conto delle ovvie differenze ho calcolato una regressione con fixed effects per anno, stato e genere. Il coefficiente si riduce a 0.28, ma rimane comunque alto e significativamente positivo. Anche in questo caso, nessuna pretesa di determinare un effetto causale, ma la correlazione esiste e non è piccola: paesi, e anni con maggiore occupazione adulta hanno anche maggiore occupazione giovanile, non meno!

Un’ultima considerazione sulla “staffetta generazionale” proposta da Letta. Non è ancora chiaro in cosa questa consista, ma pare si voglia creare la possibilità, per gli anziani, di lavorare meno ore per creare occupazione giovanile, magari fornendo qualche incentivo all’anziano e qualche sgravio fiscale all’assunzione del giovane. Tralasciando per un momento il discorso degli incentivi, non c’è ovviamente niente di male a permettere, a chi vuole, di lavorare meno ore la settimana, compatibilmente con le esigenze logistiche della propria azienda. L’assurdità della proposta dunque è che questo non sia già possibile o facilmente attuabile, non solo per gli anziani, ma per chiunque lo voglia. Vuole dunque Letta eliminare vincoli all’assunzione part-time di adulti, anziani, giovani, donne, uomini, transessuali? Ben venga! Il problema che la figura evidenzia in modo palese per chi volesse prendersi una lente di ingrandimento e cercare il pallino corrispondente al paese “Italy” non è (solo) l’occupazione giovanile, ma l’occupazione in tutti i settori demografici. Se opportunità di lavoro part-time sono desiderabili da qualcuno ma non possibili per vincoli burocratici e altri tipi di lacci e lacciuoli, quello la legge ed il governo dovrebbero eliminare, e non solo per gli anziani.

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I costi invisibili della politica – Economia e Finanza con Bloomberg – Repubblica.it


di Alessandro De Nicola

Non sappiamo se è quando nascerà un governo. Ma se un nuovo esecutivo dovesse vedere la luce, tutti sappiamo quale sarà una delle sue priorità assolute: il taglio dei costi della politica. Tutte le forze presenti in parlamento sono concentrate sui rimborsi elettorali, la riduzione degli stipendi ai rappresentanti del popolo, la loro diminuzione, il parziale smantellamento di quell’apparato al loro servizio che fa sì che il Quirinale costi più di Buckingham Palace e che i funzionari delle camere guadagnino cifre esagerate. Tutto commendevole, per carità: i privilegi ingiustificati della classe politica sono durati fin troppo a lungo ed é ora di procedere ad un’opera di disboscamento. Tuttavia, già nel XIX secolo l’economista francese Bastiat ammoniva a distinguere tra ciò che si vede e ciò che non si vede nei provvedimenti governativi. Si riferiva ai costi nascosti ed indiretti di quelle che sembravano a prima vista misure auspicabili, come i sussidi all’agricoltura. Ebbene, anche in politica ci sono costi abbastanza chiari ed altri più opachi. Ci dà occasione per parlarne la mirabile avventura della società ‘Flotta Sarda’, creata dalla regione Sardegna, su entusiastico impulso del suo governatore Cappellacci. Nel 2011 il governatore, affranto dalle alte tariffe delle compagnie di trasporto privato che collegano la Sardegna al continente, lanciò l’idea di una società regionale che rinverdisse i fasti dell’ormai privatizzata Tirrenia,

la quale nel corso della sua esistenza era costata ai contribuenti una enorme quantità di denaro che ne ripianava le perdite di esercizio. Persino la sua privatizzazione ha comportato un impegno di sussidi pubblici per otto anni di 580 milioni di euro, finiti nel mirino della Commissione Ue in quanto sospetti di essere aiuti di Stato proibiti. E’ vero che le società di navigazione private sono tutt’oggi soggette ad un procedimento dell’Autorità antitrust in quanto accusate di aver stipulato un accordo di cartello, ma c’era bisogno per la regione di improvvisarsi armatore e creare la propria flotta? Per Cappellacci non ci sono stati dubbi e così nel 2011 ha affidato il servizio ad una società controllata, Saremar, cui poi é subentrata nel settembre 2012 ‘Flotta Sarda s.p.a.’, equipaggiata con due navi-traghetto prese a nolo, Scintu e Dimonios, e dotata di un capitale iniziale di 10 milioni di euro. Purtroppo già l’inizio era stato tormentato: la Commissione Europea aveva aperto nel 2011 un fascicolo, contestando aiuti di stato illeciti di 3 milioni a Saremar e ha quantificato a dicembre del 2012 in 9 milioni le perdite da essa accumulate, coperte con uno stanziamento di 10 milioni anch’esso probabilmente non consentito. Il commissario Almunia si era inoltre in altra sede lamentato che gli affidamenti delle rotte a Saremar erano avvenuti senza gara, contravvenendo così alla normativa europea sulla concorrenza e gli appalti pubblici. Peraltro, la reputazione dell’operazione Flotta Sarda non sembra essere delle migliori. Il Procuratore generale della Corte dei Conti, infatti, nella sua ultima relazione annuale ha scritto che tra i “fenomeni corruttivi” riscontrati in Sardegna sia compreso anche “l’affi-damento a società interamente partecipata dalla Regione, di attività imprenditoriale per l’espletamento di un servizio di trasporto […] già oggetto di assegnazione da parte dello Stato per assicurare la continuità territoriale, con l’esborso di diverse somme a titolo di sponsorizzazione (circa tre milioni di euro) con profili rilevanti anche per quanto concerne l’osservanza delle norme europee in materia di aiuti di Stato”. L’esito dell’avventura é stato deludente: oberata dalle perdite, Flotta Sarda ha dovuto recentemente annunciare la sospensione del servizio perché gli armatori proprietari delle navi hanno deciso che era meglio noleggiarle ai concorrenti privati, evidentemente ritenuti più solvibili. Cappellacci non demorde, però, è continua a promettere ancora oggi di varare al più presto la sua Invincibile Armada. Cosa ci insegna questa storia? Che i veri costi invisibili della politica sono questi. Perdite enormi, sussidi che minano la concorrenza, sospetti di corruzione, fallimenti gestionali dell’imprenditore pubblico: il tutto senza che nessuno ne paghi le conseguenze se non i poveri contribuenti su cui vengono spalmati a loro insaputa i danni provocati dai pubblici amministratori. I grillini, impegnati in battaglie moralizzatrici della politica, dovrebbero riflettere su questo episodio (in seduta di autocoscienza in streaming, naturalmente): essi sembrano credere che lo spreco sia figlio di questa classe politica corrotta (o composta di sfruttatori della prostituzione, come forbitamente elabora il loro leader) e che basterà sostituire i buoni ai cattivi e tutto si risolverà. Non é così: la qualità della classe dirigente certamente conta, ma é la stessa natura dello Stato-imprenditore che provoca guai, soprattutto nei settori dove le sue aziende godono di protezioni normative, nonostante che, come é ovvio, non tutte le società pubbliche siano malgestite. La vicinanza con il regolatore, le influenze del potere politico, il ripianamento delle perdite a pié di lista, l’occhio di riguardo del sistema bancario, le assunzioni legate all’appartenenza partitica, sono fattori che generano distorsioni della concorrenza, inefficienza e al peggio corruzione. Se non ne sono convinti, gli offro il supporto di un signore, vissuto due secoli e mezzo fa, che aveva in uggia come loro le interferenze del sovrano nella società civile: ‘In Scozia i sussidi ai pescherecci sono proporzionati al tonnellaggio della nave, non alla loro diligenza o al successo che conseguono nell’arte della pesca: e così ho paura che sia ormai diventato fin troppo comune per i pescherecci attrezzarsi al solo scopo di pescare non il pesce, ma il sussidio’ . Adam Smith, La Ricchezza delle Nazioni, libro IV, capitolo 5. Ci meditino su.

(08 aprile 2013)

I costi invisibili della politica – Economia e Finanza con Bloomberg – Repubblica.it.

L’Italia si sta schiantando..E Bersani cosa fa? Ridatemi le convergenze parallele! | Il Contagio


Pubblicato il marzo 26, 2013 di 

Mentre c’è ancora qualche illuso che vaneggia, sognando gli Stati Uniti d’Europa…forse, non si è compreso che con Cipro si è passato definitivamente il Rubicone.

Questa mattina sentivo ancora l’on. Boccia del Pd parlarne a radio 24.

Gli Stati Uniti d’Europa…

Qualcuno ancora, realisticamente, ci crede?

Boccia dovrebbe preoccuparsi seriamente di affermazioni come queste:

Crisi: Dijsselbloem, caso Cipro possibile format per gli altri Paesi dell’Eurozona (Reuters)

Vi rendete conto?

Eppure avevano detto che Cipro era un caso isolato..

E non venite a raccontarmi la storia dei “cattivi russi”, perchè:

1) la storia era assai conosciuta da tempo;

2) il Lussemburgo non è poi così tanto diverso da Cipro.

Le banche italiane, solidissime (ahaha), vedranno una ulteriore fuga di capitali…

Non oso pensare a quegli italioti che ancora hanno i soldi presso il  ”Monte dei Pacchi di Siena”: se li perderanno, è giusto che paghino!

Non vengano a lamentarsi, perchè hanno avuto tutto il tempo per spostare i loro soldi.

E questo vale anche per tutti gli altri italiani.

Pensate che, mentre i giornali invitano gli italiani alla serena e beota/beata tranquillità perchè “l’Italia non è la Grecia, non è la Spagna, non è il Portogallo e da pochi giorni non è neanche Cipro”, la metà dei tedeschi (sì, ho detto tedeschi!) teme per i propri soldi, come ci ricorda Der Spiegel.

Ma Boccia e il Pd, come tutti gli europeisti più illusi e convinti, non possono dire la verità ai propri concittadini: mentiranno fino all’ultimo giorno, perchè, in alternativa, perderebbero fin da ora il loro potere, dovendo ammettere quel che non si osa dire: l’euro per l’Italia è stata una fregatura!

In Italia, Bersani continua con le sue consultazioni, audendo un po’ tutto e tutti…
Il più grande irresponsabile, oggi, è proprio lui: prima non ha permesso a Renzi di guidare il Pd alla vittoria, poi non si è dimesso dopo la socnfitta elettorale, oggi non vuole un accordo col Pdl che non ha “smacchiato”.
Dunque, secondo Repubblica, si appresterebbe a varare un governo con Monti e su basi fortemente “europeiste” (proprio quello che hanno scelto i cittadini col voto!!)
Forse dovrebbe far scorrere il nostro post La mappa dell’euroscetticismo (in crescita ovunque).
 
Basta leggere quell che dice Le Monde per capire con chi si stia mettendo Bersani: “Mario Monti politiquement mort pour l’Europe”
Da quanto si apprende, questo fantomatico governo dovrebbe avere l’appoggio incondizionato di Scelta Civica e trovarsi dei numeri al Senato, contando sui nomi del nuovo Governo, sull’appoggio di qualche grillino o della Lega…
Mah…
Per favore: ridatemi “le convergenze parallele” o il “governo della non sfiducia” andreottiano, vi prego!
La Lega non puo’ svicolarsi dal Pdl, perchè altrimenti le giunte del Nord rischierebbero seriamente.
I “grillini” paiono aver rinserrato le fila.
E comunque, mi domando: anche se fosse, puo’ un governo simile, che ha dinanzi sfide difficilissime, reggersi su un’accozzaglia del genere?
In alternativa, il Corriere parla di “Governo a bassa intensità politica”.
Forse Bersani non solo non conosce Machiavelli (leggetevi il mio post MACHIAVELLI E IL BERSABUNGA)  ma non sa leggere neppure questi grafici:
1) L’Italia, appena downgradata da Fitch, potrebbe esserlo anche da Moody’s. Siamo vicinissimi al livello “spazzatura”. Come ci ricorda Rischio Calcolato: fondi di investimento e fondi pensione non possono detenere strumenti finanziari che non siano investment grade per tutte e tre le agenzie di rating.
mondo-rating
2) Il nostro “debitone” pubblico tocca nuove vette inesplorate:
BANKITALIA
3) le previsioni mondiali di crescita vedono l’Italia fanalino di coda in compagnia della Spagna (che però ci supererebbe nel 2014):
FMI
4) Il tasso di disoccupazione giovanile è vicino al 40% (e non è che gli altri 60% se la passino bene o abbiano salari da 4.000 euro mensili…):
giovani-e-lavoro-23333
Come ricorda oggi Repubblica:
Secondo Bruxelles lo stress economico ha avuto ripercussioni più forti in Italia, con il 15% di popolazione in difficoltà economica. Crolla la produttività, dinamica peggiore nel Vecchio continente: -2,8% nell’ultimo trimestre del 2012.
“Lo stress economico ha avuto ripercussioni in Bulgaria, Cipro, Irlanda, Portogallo, Grecia, Spagna e soprattutto Italia, dove è salita al 15% la popolazione in difficoltà economica”. Secondo le annotazioni della Commissione europea, a preoccupare è anche la dinamica della produttività:  l’Italia ha fatto registrare di gran lunga il suo calo più accentuato: -2,8% nell’ultimo trimestre 2012, dopo il calo ancora più forte del 3% del precedente trimestre”.Nel rapporto trimestrale sull’occupazione redatto dalla Commissione Ue si legge che l’Italia è il Paese, tra quelli più grandi d’Europa, dove la disoccupazione nell’ultimo trimestre 2012 ha subito l’accelerazione più marcata rispetto al trimestre precedente (+0,5%), seguono Polonia (+0,3%), Spagna (+0,1%) e Francia (+0.1%).

E come ricorda il Corriere:
Dei Paesi industrializzati, l’Italia risulta uno di quelli con i salari più bassi: con un valore medio di 25.303 dollari (salario netto) nel 2012, la Penisola è al 22esimo posto sui 34 Paesi Ocse e all’ultimo tra i maggiori Paesi europei: anche la Spagna ha un salario medio netto superiore (27.500 dollari).
Bersani sta scherzando col fuoco.
Qui non è in gioco solo il Pd, ma il Paese.
Dunque, come scrivevo qui: CHI E’ DAVVERO L’IRRESPONSABILE?

L’Italia si sta schiantando..E Bersani cosa fa? Ridatemi le convergenze parallele! | Il Contagio.

Cgia di Mestre: i piccoli imprenditori non ce la fanno più, record di suicidi in Veneto – Il Gazzettino


VENEZIA – Imprenditori che perdono ogni speranza, si sentono abbandonati e dimenticati dallo Stato, che non ce la fanno più a tirare avanti, che non vedono un futuro e per tutti questi motivi decidono di farla finita: il dato è allarmante, soprattutto in Veneto, e a rilanciare l’argomento anche oggi, visti gli ultimi casi di suicidi (l’ultimo solo ieri nel Vicentino), è la Cgia di Mestre.

Il sindacato sottolinea che il Veneto, in chiave economica, non fa più da traino al Paese perché si fa sempre meno impresa: 26 piccoli imprenditori si sono uccisi a causa della crisi economica (record nazionale); poi è stato registrato un incremento del 5%, tra il 2010/2011 (ultimo dato disponibile), di nuovi pazienti trattati con antidepressivi in maniera intensiva (record nazionale).

Inquitante, per la Cgia, il -2.770 tra le nuove imprese iscritte e quelle cessate presso le Camere di Commercio (record nazionale). C’è poi il -2.505 quale saldo tra le nuove imprese artigiane iscritte e quelle cessate presso le Camere di Commercio (solo la Lombardia presenta un dato peggiore). Ci sono poi 150.000 disoccupati (tasso disoccupazione al 6,6%), picco mai raggiunto negli ultimi 20 anni e il -4% stimato sul calo dei consumi delle famiglie venete che, indubbiamente, ha penalizzato il mondo del commercio e della piccola impresa che, nella stragrande maggioranza dei casi, vive della domanda interna.

«Non siamo più la locomotiva economica del Paese, ma non siamo finiti su un binario morto – dice il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi -. Il Veneto, come del resto tutto il Paese, ha bisogno di politiche per il rilancio industriale che tengano conto delle specificità del nostro mondo produttivo fatto di piccole e piccolissime imprese». «Nonostante il boom di suicidi che ha riguardato i piccoli imprenditori del Veneto – aggiunge – l’aumento della disoccupazione, il peso fiscale che continua a salire e il calo dei prestiti bancari, l’export è in crescita e molti distretti produttivi hanno da tempo superato brillantemente la crisi. Purtroppo – conclude -, a soffrire sono le piccole imprese che vivono dei consumi delle famiglie che, da tempo, hanno ridotto drasticamente gli acquisti».

viaCgia di Mestre: i piccoli imprenditori non ce la fanno più, record di suicidi in Veneto – Il Gazzettino.

Ci divento pazzo | Minuzie


La corruzione, il sommerso, la scuola e l’università da rifondare, un mercato del lavoro che funziona male, una burocrazia folle, la fiscalità alle stelle, l’arretratezza digitale, un  sistema politico lento, farraginoso e poco efficace. E siamo ancora tra le grandi potenze industriali del pianeta. A pensare a cosa potremmo essere se risolvessimo la metà della metà di questi problemi divento pazzo.

viaMinuzie.

 

[Stefano Borean] Anch’io