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BacktoWork24: il capitale umano essenziale per la crescita.


di Edoardo Varini

Il capitale umano costa soldi e fatica, esattamente come il capitale finanziario. Ed esattamente come il capitale finanziario è in grado, se ben investito, di remunerare ampiamente il suo detentore. Il capitale finanziario a disposizione delle piccole e medie imprese italiane è sempre più ridotto, è quasi al lumicino. A volte quel lumicino è addirittura spento, allorché le banche non sanno e non vogliono valutare le prospettive delle aziende, il loro potenziale.

L’imprenditore sente rispondere alla sua richiesta di credito un secco no, che si traduce immediatamente – se quella azienda era tra quelle, e non son poche, che invece meritava fiducia – in un depauperamento della società intera, perché è sull’economia, è sulla produttività che una società si regge. Una società ha bisogno di soldi per pagare le scuole, gli ospedali, le infrastrutture  e tutto ciò che consente un vivere civile e rispettoso dei bisogni anche spirituali degli uomini.

Il capitale finanziario, dicevamo, diminuisce in maniera apparentemente inarrestabile. E il capitale umano? La ricchezza costituita dalle capacità, dalla sensibilità, dalla preparazione di ciascuno? Quello in questo momento sta aumentando, le competenze (altro…)

Ma quanto rende investire in una piccola azienda?


L’interesse che BacktoWork24 sta riscuotendo presso molti investitori privati (oltre 143 in 3 mesi) ha suscitato in questi ultimi tempi molta curiosità e domande tra coloro che “professionalmente” si dedicano a gestire investimenti: fondi di private equity, banche, family office.

Da una parte incuriositi del fenomeno, dall’altra perché fortemente interessati a trovare soluzioni alternative.

Innanzitutto va detto che la maggior parte di questa tipologia di investitori è abituata storicamente – e lo è ancora – a ragionare su multipli dei propri investimenti  che avevano forse possibilità di vedersi realizzati in un “mondo precedente” . Anche i tempi di uscita dall’investimento – mediamente 3 anni – non corrispondevano mai ad un ciclo effettivo di sviluppo industriale. Il fine non era mai o quasi mai creare effettivo valore patrimoniale, strutturare lo sviluppo (come si può pensare di farlo in 3 anni?) ma operare per “forzare”  esclusivamente il risultato  finanziario dell’ impresa.

Tralasciando tutti i giudizi di merito, che comunque troverebbero in disaccordo coloro che con questi metodi hanno guadagnato bene,  oggi – a detta di questi stessi investitori – in questo “mondo nuovo” sicuramente tale  modello è divenuto inapplicabile. Basterebbe, per chi ne avesse la curiosità, andare a vedere i “mitici” track record dei fondi  per capire come, negli utlimi anni, pochi, pochissimi hanno mantenuto gli impegni con i propri investitori.

Ma allora vale la pena considerare le piccole imprese come nuovo target di investimento?

Anche qui generalizzare sarebbe un errore. Con BacktoWork24 si è entrati in un mercato nuovo, anzi BacktoWork24 ha creato un mercato nuovo: l’investimento nella piccola impresa; l’ investimento sempre di denaro + capitale umano. Qualcosa a cui la maggior parte degli investitori “istituzionali” non  pensava prima.

Non ci sono quindi track record: è difficile fare statistiche per la difficoltà di mettere insieme in maniera sistemica un numero di esperienze sufficientemente significativo

(BacktoWork24 ha solo 4 mesi di vita!) .

Ma l’unico dato oggi disponibile, proprio grazie al lavoro di sistema svolto da BacktoWork24, mi sembra interessante.

Mettendo insieme tutte le piccole aziende oggi registrate sul nostro portale – oltre 868 aziende – e sommando il fatturato  generato da queste, si sfiora il miliardo e duecento milioni di euro. Il capitale sociale di tutte queste è poco più di novanta milioni di euro .

Questo vuol dire che storicamente  ogni euro di capitale sociale nominale ha realizzato circa 13 euro di fatturato.

Va detto innanzitutto che:

1) il database di BacktoWork24 è ricco anche di un 18,5% di start up;

2) non c’è una selezione preventiva al momento della registrazione tra aziende migliori o peggiori;

3) i fatturati degli ultimi 3 anni ovviamente  risentono della crisi.

E va aggiunto che:

1) queste aziende, per la maggior parte, sono arrivate a noi con evidenti necessità di riorganizzazione e acquisizione di competenze per lo sviluppo;

2) i bilanci ed il fatturato – soprattutto in passato – non erano “accurati” (si perdoni il necessario eufemismo) come si è maggiormente obbligati oggi ma soprattutto come dovrebbero essere se i bilanci fossero condivisi da soci interessati;

3) storicamente questi imprenditori avevano una irrilevante propensione alla patrimonializzazione delle proprie aziende .

Non so se un investitore “istituzionale” esce convinto da queste valutazioni.

Noi di BacktoWork24 che le aziende registrate le incontriamo tutte, siamo  convinti che la maggior parte di esse potrebbero dare soddisfazioni particolarmente interessanti agli investitori privati che si sono iscritti al nostro portale.

Sono aziende vitali, con prodotti competitivi e con margini di crescita e, se vi si investe in competenze, decisamente interessanti.

Ovviamente non possiamo garantire risultati. Ma chi può farlo oggi? E soprattutto non vogliamo indurre nessuno.

Noi siamo interessati, come sempre specificato, a riportare gli investimeti alle piccole imprese ed al lavoro.

Certo è che se ci si avvicina con strumenti di analisi appropriati, magari affidandosi alle tante competenze  specifiche che BacktoWork24 può mettere a disposizione “pescando” tra i 1120 manager iscritti, con logiche non speculative e soprattutto di medio termine (5 anni…) crediamo che i rischi possano essere particolarmente contenuti e le possibilità di un ottimo risultato che rivaluti il proprio investimenti abbastanza a portata di mano .

Se a questo si aggiunge che ognuno contribuirebbe a sostenere un pezzo del sistema economico del nostro Paese, vale forse la pena pensarci.

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Chiuso un nuovo deal. L’efficacia di BacktoWork24. I risultati di un sistema che porta finanza e competenze alle piccole imprese italiane |


cropped-lavoro3.jpgdi Carlo Bassi

Amministratore Delegato
 BacktoWork24

L’ultimo investimento è stato formalizzato lunedì scorso in Piemonte. E con questo sono 11, da ottobre 2012 ad oggi, i manager che hanno investito in piccole imprese italiane iniziando una nuova carriera  professionale – quella dell’imprenditore – e sono 11 le aziende familiari-artigianali che hanno potuto acquisire nuove competenze qualificate e ottenere nuova finanza, aprendo il proprio capitale e cedendo una parte della propria azienda,  con l’obiettivo e la speranza di vederla  rafforzata per affrontare il futuro.

Posso dire con tranquillità che queste stesse aziende e questi imprenditori, senza BacktoWork24, non avrebbero mai ottenuto denaro e possibilità di arricchirsi professionalmente, perché oggi nessuno, a partire dalle banche, avrebbe “rischiato” su di loro.

Eppure gli 11 manager che hanno investito  in media 200 mila euro, ma soprattutto hanno investito nel proprio futuro, hanno valutato le stesse aziende meritevoli della propria fiducia tanto da investirci i propri risparmi!

E l’hanno fatto in virtù di analisi condotte sulla base delle proprie competenze ventennali o trentennali in grandi aziende che li hanno indotti a non soffermarsi tanto e solo sui bilanci ma a guardare la consistenza dei prodotti, dei mercati di riferimento, la qualità dell’imprenditore e dei suoi operai; la consistenza dei progetti di sviluppo.

Asset fondamentali per poter fare impresa domani. Asset a cui è necessario dare fiducia se sono arricchiti da progetti di sviluppo e da competenze nuove fortemente motivate.

Un lavoro di selezione e di analisi che le banche non sanno e vogliono più fare. E che i fondi e i private equity considerano «troppo dispendioso fare».

BacktoWork24 nel frattempo, ad oggi (in soli 3 mesi), ha altri 1100 manager investitori e oltre 130 investitori privati pronti a valutare altre opportunità.

Chissà chi sta sbagliando.

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Liberalizzazioni | Liberare l’Italia


Gli italiani pagano i servizi più della media europea: con la concorrenza si possono combattere le rendite e ridurre i prezzi.

Il problema
  • L’Italia è un paese poco aperto alla concorrenza;
  • Meno concorrenza significa meno crescita e meno innovazione: quindi meno opportunità per tutti;
  • Liberalizzare vuol dire rimuovere gli ostacoli che impediscono a nuove imprese di competere e, quindi, far calare i prezzi, con effetti positivi per gli investimenti, il potere d’acquisto delle persone e la crescita economica;
  • Si stima che la piena liberalizzazione del settore dei servizi potrebbe produrre nel lungo termine la crescita
    • dell’11% del Pil;
    • del 18% degli investimenti;
    • dell’8% dell’occupazione;
    • del 12% dei salari reali.
L’Italia è un paese poco aperto alla concorrenza e al mercato. Soprattutto nel settore dei servizi, esistono una serie di barriere alla competizione, legate o all’esistenza di norme che impediscono ai consumatori di scegliere i prodotti e i produttori di loro gradimento, oppure all’intervento diretto dello Stato nell’economia attraverso imprese che operano in regime di monopolio.
Questa condizione si traduce in un grave ostacolo alla crescita economica. Infatti, la concorrenza ha numerose conseguenze positive. In particolare, un regime concorrenziale è associato alla riduzione dei prezzi, all’aumento degli investimenti e alla diffusione delle informazioni. Se il produttore di un dato servizio non ha la certezza della domanda, deve anzitutto far conoscere la sua esistenza e la disponibilità dei suoi prodotti: i consumatori saranno più e meglio informati e potranno confrontare offerte alternative. Secondariamente, per accapparrare clienti il produttore deve fare un’offerta allettante, in particolare riducendo il prezzo. Da ultimo, esso sarà pure spinto adiversificare i suoi prodotti, allo scopo da distinguerli da quelli dei concorrenti: quindi, farà investimenti e innovazione. Per contro, l’assenza di concorrenza si traduce in un mercato meno dinamico, meno innovativo e con prezzi più alti.
E’ stato calcolato che la piena liberalizzazione del settore dei servizi potrebbe avere un effetto pro-crescita di dimensioni estremamente rilevanti: nel lungo termine, il prodotto interno lordo potrebbe crescere dell’11%, gli investimenti del 18%, l’occupazione dell’8% e i salari reali del 12%. Per ottenere questi risultati occorre intervenire soprattutto sui settori dove il mercato è relativamente meno aperto. Nel nostro paese i tentativi di liberalizzazione hanno avuto esiti alterni: alcuni settori hanno fatto significativi passi avanti, altri rimangono estremamente arretrati, come dimostra il grafico seguente.

 



La soluzione

  • Rimuovere tutte le norme che impediscono l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti;
  • Rimuovere tutte le distorsioni di natura fiscale e amministrativa che scoraggiano l’ingresso di nuovi soggetti sul mercato;
  • Nei mercati in condizione di monopolio tecnico, introdurre forme di concorrenza per il mercato e/o regolazione indipendente;
  • Imporre la separazione proprietaria delle reti infrastrutturali dagli operatori di mercato;
  • Rimuovere ogni forma di controllo dei prezzi o di vincolo ingiustificato alla conduzione dell’attività imprenditoriale;
  • Privatizzare tutte le società pubbliche.
Liberalizzare significa creare condizioni favorevoli alla concorrenza. Poiché i maggiori ostacoli alla competizione sono di origine normativa, la più importante misura di liberalizzazione consiste in un processo di deregolamentazione ad ampio raggio.
Infatti creare le condizioni per la concorrenza significa rimuovere ogni forma di regolamentazione non necessaria che vincoli l’avvio e la conduzione dell’attività imprenditoriale. Le regolamentazioni non necessarie sono spesso pensate per, o comunque hanno l’effetto di, restringere le opportunità di concorrenza. Garantire che il livello di regolamentazione del mercato sia il minimo indispensabile serve, quindi, per creare dinamismo e ampliare la libertà di scelta.
Al di là di questo, è difficile individuare precetti generali, ma è possibile esprimere alcune considerazioni di largo ordine.
Laddove esistano dei servizi pubblici per i quali si ritiene desiderabile che siano sussidiati in virtù delle loro esternalità positive – come il trasporto pubblico locale – è importante che la procedura di affidamento sia a evidenza pubblica, e che la durata dell’affidamento sia la più breve possibile. In questo modo è possibile “mimare” il processo concorrenziale rendendo contendibile il mercato, e selezionando il produttore in grado di offrire il servizio migliore al costo più contenuto.
In presenza di infrastrutture a rete non duplicabili – come le reti elettrica, del gas o ferroviaria – queste ultime devono essere separate dalle società di servizi, per evitare conflitti di interesse che sfocino in un sottoinvestimento strategico (cioè che gli investimenti siano sottodimensionati allo scopo di contenere l’offerta e proteggere i margini del soggetto dominante verticalmente integrato). Inoltre, i servizi a rete vanno regolati da autorità indipendenti, autonome dai governi e dai partiti e ad alto contenuto tecnico, per garantire un orizzonte di lungo termine e una ragionevole stabilità alla regolazione.
Infine, la presenza di società pubbliche è di per sé un ostacolo alla concorrenza. I potenziali nuovi entranti rischiano di essere scoraggiati in virtù del conflitto di interessi implicito tra uno Stato che, al tempo stesso, un interesse nei risultati delle imprese partecipate, e il potere di modificare in un senso o nell’altro il contesto normativo di riferimento. In questa prospettiva, privatizzare le imprese pubbliche è consustanziale a un processo di liberalizzazioni.
di Carlo Stagnaro

Liberalizzazioni.