Iva

L’Ue boccia la reverse charge sull’Iva «Buco» di bilancio da 728 mln – Corriere.it


LA MISURA AVREBBE INCISO SULLA TASSAZIONE SULLA GRANDE DISTRIBUZIONELA MISURA AVREBBE INCISO SULLA TASSAZIONE SULLA GRANDE DISTRIBUZIONE.

Padoan - Ministro dell'Economia

La clausola di salvaguardia prevede un aumento automatico dell’accise sui carburanti, ma il governo si è impegnato a varare delle misure alternative

La Commissione europea ha annunciato la bocciatura del reverse charge sull’Iva introdotta dal governo con la legge di stabilità 2015. Lo si legge in una nota di Bruxelles.

La nota

«La Commissione ha adottato una comunicazione indirizzata al Consiglio che rigetta la richiesta italiana di una deroga (alla normativa Ue sull’Iva) per introdurre il reverse charge per le forniture alla grande distribuzione,» si legge in una dichiarazione della portavoce della Commissione Ue per i servizi finanziari, Vanessa Mock. «Per la Commissione non ci sono prove sufficienti che la misura richiesta contribuirebbe a contrastare le frodi. La Commissione ritiene anzi che questa misura implicherebbe seri rischi di frode a scapito del settore delle vendite al dettaglio e a scapito di altri Stati membri,» aggiunge la nota.

Bocciatura

La bocciatura dell’Ue al meccanismo di reverse charge crea un «buco» di 728 milioni di euro nel bilancio dello Stato che, secondo quanto prevede la clausola di salvaguardia, dovrebbe essere in teoria coperto attraverso l’aumento delle accise sulla benzina a partire da giugno. I timori dello stop da parte dell’Ue al meccanismo di inversione contabile Iva, che con la legge di stabilità 2015 sono stati estesi a diversi settori della grande distribuzione, si sono concretizzati con la decisione della Commissione europea. Un’altra norma in bilico, lo split payment (vale a dire la richiesta italiana di pagamenti separati dell’Iva da parte dell’amministrazione pubblica), è ancora in fase di analisi da parte dell’Ue. La sua eventuale bocciatura costerebbe altri 998 milioni di euro (altro…)

Stangata sul riscaldamento, arriva la tassa per chi ha la stufa a pellet


Pellet

Una vera e propria stangata in arrivo per milioni di italiani. Non bastavano Tasi (Tassa sui servizi indivisibili), Tari (Tassa sui rifiuti) e Imu, per le famiglie italiane si prevede una spesa di 50 euro in più a causa dell’aumento, imposto dal Governo, dal 10 al 22% dell’Iva sul pellet, i cilindri di materiale legnoso che servono ad alimentare le stufe, utilizzate da circa due milioni di famiglie in Italia, la maggior parte delle quali sono a basso reddito.

Secondo l’Associazione italiana energie agroforestali (Aiel), nel 2013 l’Italia ha consumato 3,3 milioni di tonnellate di pellet e ha confermato il nostro Paese come il primo consumatore d’Europa.

viaStangata sul riscaldamento, arriva la tassa per chi ha la stufa a pellet.

Tasse: tra Irpef, Iva, IMU e Irap, ecco quanto divora lo Stato – Fisco – Investireoggi.it


Soldi
di Alessandra Caparello

A fornire i dati un’elaborazione dell’ufficio studi della CGIA di Mestre secondo cui il 77 per cento delle tasse che paghiamo lo divora lo Stato centrale

Gettito di Irpef, con le relative addizionali regionali e comunali, polizze Rc auto, Imu, ma anche Irap, ecc sono le tasse degli italiani che finiscono nelle casse dello Stato che divora circa il 77 per cento del gettito fiscale secondo un’elaborazione fornita dall’ufficio studi della CGIA di Mestre.

Tasse: l’elaborazione della CGIA

Il 77 per cento dell’ammontare complessivo delle tasse pagate dagli italiani finisce nelle casse dello Stato centrale fa sapere la CGIA. Su 472,7 miliardi di euro di imposte dirette, indirette e in conto capitale versate dai contribuenti nel 2012 (ultimo dato disponibile), ben 364,2 miliardi sono stati incassati dall’Erario, 78,9 miliardi sono finiti alle Regioni (pari al 16,7 per cento del totale), 23,8 miliardi ai Comuni (pari al 5 per cento del totale), 4,1 miliardi alle Province (0,9 per cento del gettito complessivo) e 1,5 miliardi alle Camere di Commercio (0,3 per cento del totale).

Tasse: gettito divorato dallo Stato. Il commento della CGIA

“Nonostante le riforme avviate in questi ultimi venti anni – segnala il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi – siamo ancora alla metà del guado. Non apparteniamo più al club dei Paesi unitari, ma nemmeno a quello degli Stati federali. Sul fronte fiscale la stragrande maggioranza del gettito finisce ancora nelle casse dell’Erario, mentre la spesa è stata progressivamente trasferita alle Amministrazioni locali. Al netto di quella previdenziale e degli interessi sul debito pubblico, oltre il 57 per cento della spesa pubblica italiana è ormai in capo alle Regioni, alle Province e ai Comuni. Insomma, la quasi totalità delle nostre tasse finisce a Roma, ma la maggioranza dei centri di spesa è ubicata in periferia”.

 Irpef, Iva, Imu, Irap, Rc auto: ecco le tasse più pesanti

A livello centrale la parte più consistente del gettito arriva dall’Irpef sulle persone fisiche che nel 2012, ha fatto confluire nelle casse dell’Erario poco più di 151 miliardi di euro. Significativo anche il peso dell’Iva: sempre nel 2012 lo Stato ha incassato quasi 87 miliardi di euro. Alle Regioni, invece, l’imposta che garantisce il gettito più importante è l’Irap: sempre nel 2012 le imprese hanno versato oltre 33 miliardi di euro. La principale fonte di gettito delle Province è l’imposta che viene applicata sulle assicurazioni Rc auto: l’importo incassato nel 2012 è stato pari a 2,4 miliardi di euro. Infine, per i Comuni la voce più significativa è l’Imu: nel 2012 questa imposta ha garantito 15,6 miliardi di gettito.

L’auspicio del presidente Bortolussi

L’elaborazione della CGIA di Mestre termina con un auspicio da parte del presidente Giuseppe Bortolussi: “Auspico che il Governo Letta prosegua e dia un contributo importante al compimento della riforma sul federalismo fiscale avviata negli anni scorsi. Ricordo che in Europa i Paesi federali presentano un costo per il funzionamento della macchina pubblica pari alla metà di quello sostenuto dai Paesi unitari. Per un Paese come il nostro che ha una spesa pubblica complessiva annua che quest’anno dovrebbe superare gli 815 miliardi di euro, ridurre drasticamente il costo della PA sarebbe un risultato di portata storica”.

Tasse: tra Irpef, Iva, IMU e Irap, ecco quanto divora lo Stato – Fisco – Investireoggi.it.

Presi per i fondelli sull’IVA, delusi dal lavoro | Oscar Giannino


Oscar Giannino

Oscar Giannino

di OSCAR GIANNINO

Pubblicato il 27 Giugno 2013 su LEONIBLOG

Il governo ha varato ieri il suo biglietto da visita per il Consiglio europeo di oggi e domani, dal quale si attendono per l’Italia alcune centinaia di milioni aggiuntivi per il sostegno all’occupazione. E, insieme, ha affrontato l’altra imminente scadenza fiscale che doveva fronteggiare, oltre all’IMU maturata per credito elettorale, cioè l’aumento dell’IVA.

Diciamolo subito, la decisione sull’IVA e il decreto legge sul lavoro scontano entrambi un limite di fondo sin qui invalicabile. Il governo continua a muoversi in un orizzonte di spesa pubblica invariata, dunque non ha coperture per alcuno sblocco reale di risorse, da riallocare secondo priorità di aumento del prodotto potenziale. Dipenda da limiti politici della coalizione, per il timore di divaricarla a seconda di quali spese toccare, o dipenda dal calcolo che dopo le elezioni tedesche a settembre cambi l’aria rigorista in Europa e si aprano all’Italia chissà quali orizzonti di spesa in deficit – come se il debito pubblico non fosse già abbastanza in risalita insieme ai relativi oneri – in entrambi i casi è una scelta molto rischiosa. Anzi, sba-glia-ta.

Per avere idea della differenza,basta osservare la spending review 2013 annunciata ieri dal premier Cameron a Londra: dismissioni pubbliche per 15 miliardi di sterline, addirittura 144 mila dipendenti pubblici in meno, tagli non lineari ma mirati tra i diversi ministeri in una forbice tra il 6 e il 10%, aumento invece del budget per istruzione, sanità e infrastrutture. Scelte sulle priorità, meno spesa corrente e più per investimenti e servizi:così fa un Paese serio e una politica che se la gioca per aumentare la crescita.

Completamente diverso il quadro italiano. E’ del tutto non risolutiva la decisione del governo di far slittare a ottobre l’aumento IVA, coprendo il fabbisogno con l’aumento al 100% dell’acconto Irpef, al 101% dell’acconto IRES, e al 110% di quello IRAP, più una elevatissima imposta al 58,5% del prezzo d’acquisto delle sigarette elettroniche. Il Pdl pensa di fare il bis dello slittamento IMU, in modo che più avanti diventi abrogazione piena. Ma non si comprende come le coperture che non si trovano oggi si troveranno più avanti, visto che il fabbisogno pubblico sta peggiorando. Allo stato attuale, è solo un giroconto che esce dalle tasche di imprese e famiglie, inalterato nella somma totale. Lettà dirà che le tasse non sono aumentate, ma gli anticipi a due anni – con l’IRES e IRAP, si inaugura questa anomalia – dicono che pesano di più sul reddito disponibile dell’anno in corso, ergo aumentano eccome.

Quanto alle misure sul lavoro, le risorse sono salite a un miliardo e mezzo, cercando oculatamente fondi europei e italiani sin qui stanziati ma colpevolmente non impiegati. Distinguiamo tre diversi profili. Il primo è più convincente, il secondo ha un limite già noto, il terzo è una vera delusione.

La parte più convincente è quella rappresentata dai 168 milioni riservati al Sud per tirocinio formativo di giovani NEET, che cioè non lavorano, non studiano, e non partecipano ad alcuna attività di formazione, e dai 167 milioni per ridurre la povertà e per sostenere le famiglie del Mezzogiorno in difficoltà. Non è un granché, ma il fine è giusto e chiaro.

Il limite già noto riguarda invece il “cuore” del decreto. Cioè i quasi 800 milioni riservati a decontribuzione per 18 mesi entro 650 euro mensili per contratti a tempo indeterminato dei giovani sotto i 29 anni, o non diplomati, o che vivano soli e con persone a carico; nonché la decontribuzione per assunzione e tempo indeterminato e pieno dei disoccupati in ASPI, per non oltre il 50% del trattamento mensile dovuto e non superiore in durata ai due terzi dell’assegno di inoccupazione ancora non fruito. Queste misure hanno un difetto di fondo, già molte volte confermato da tutte le analoghe misure assunte in passato.
Sono misure a tempo, non generali ma effimere. Le altre volte, in precedenza, dopo mesi in cui i governi le annunciavano, è accaduta sempre la stessa cosa. Le imprese che stavano per assumere rinviavano la decisione al varo effettivo degli incentivi. Di conseguenza, anche questa volta la decontribuzione andrà soprattutto a favore di aziende che avevano già in animo di assumere e prendevano tempo, cioè non vi sarà che un minimo plafond aggiuntivo di occupati oltre a quello imposto dalla congiuntura. La differenza dell’incentivo sarà solo quella di discriminare per tipologie di assunti, invece di lasciare l’impresa libera di valutare di chi e cosa abbia bisogno.
Direte voi: meglio di niente, comunque. Ma non è così vero. Interventi di questo tipo non fanno che rinviare al troppo tardi e al mai l’aggressione alle cause vere della maggior perdita di prodotto, ergo di occupazione, che colpiscono il nostro Paese. Se non ci si decide a una struttura della spesa pubblica – e un diverso equilibrio di quella previdenziale – che renda stabilmente possibile far scendere, per tutti e per sempre, i contributi obbligatori dal 32,5% del salario lordo italiano al 19% tedesco, resteremo zavorrati da un cuneo fiscale mortale.

La delusione è venuta invece sui ritocchi al mercato del lavoro. Quelli apportati dal decreto di ieri sui lavori “atipici” sono veramente minimi, e lasciano intenzionalmente fuori, a quel che sembra, le partite IVA. Il giro di vite generale impresso dalla riforma Fornero a tutti i contratti d’ingresso diversi dal tempo indeterminato ha generato, nella crisi delle imprese, disoccupazione aggiuntiva. Di fronte a questa oggettiva constatazione, c’erano due strade. Una più secca, una vera e propria moratoria della legge Fornero all’ingresso, moratoria alla quale capisco che il governo Letta non poteva accedere, bloccato da sindacati e Pd.

Ma c’era anche una seconda strada, più riformista. E cioè intervenire collegando gli incentivi a tempo per le assunzioni alla riforma all’ingresso nel mondo del lavoro, introducendo per i nuovi assunti contratti a tutele e dunque oneri progressivi, man mano che si proceda nell’anzianità e nella stabilizzazione del rapporto. Una parte del Pd e della sinistra sono da tempo su questa posizione di assoluto buon senso, che accomuna, al di là di tecnicalità, Ichino come Boeri. Ma un altro pezzo di sinistra e soprattutto il sindacato non ci sentono, da questo orecchio.

Peccato, che Enrico Letta non abbia scommesso sull’ipotesi riformista, perché il tempo giusto era adesso. Per me, è incomprensibile che non l’abbia fatto. Sono sicuro che lui per primo direbbe che bisogna essere prudenti, col mare agitato della sua maggioranza. Ma se la prudenza diventa immobilismo, l’Italia naufraga.

Presi per i fondelli sull’IVA, delusi dal lavoro.