start up

Sette consigli per andare a caccia di finanziamenti in Silicon Valley


Silicon Valley

Per evitare gli errori più grossolani, quindi per evitare delusioni, perdite di tempo e denaro leggete questi SETTE semplici consigli prima di volare in California con solo una buona idea in valigia.

  1. Prima di partire studiate il mercato e i competitors – Spesso si commette l’errore di conoscere il proprio mercato locale ed ignorare completamente quello americano. Se andate a chiedere finanziamenti in Silicon Valley, accertatevi che la vostra idea sia originale o possa suscitare interesse.
  2. Ottenete più informazioni possibili sulle persone che incontrerete – Avete molti modi per informarvi prima sulle persone che incontrerete, potete attingere ai rapporti personali tra “conoscenti” e/o ai social network (Linkedin, Facebook, Twitter ….) sulla stampa, internet ect…. è fondamentale sapere con chi si ha a che fare. Allo stesso modo se dovete telefonare, spedire una mail o condividere informazioni con il vs. interlocutore, ad esempio tenete presente il fuso orario.
  3. Ci vuole tempo, le risorse non si trovano in un fine settimana – Nel Business sono necessari mesi e non settimane per creare relazioni e partnership. Evitate di volare a San Francisco per una settimana. Riempiendo l’agenda di appuntamenti e sperano che questo sia sufficiente per garantirvi un finanziamento.
  4. Perderete un sacco di tempo in riunioni inutili prima di riuscire a trovare quella significativa. E’ utile fare una lista di priorità partendo da quelle imprendibili per arrivare a scartare quelle inutili.
  5. Attenti alle incomprensioni ed ai falsi amici – Concentratevi e analizzate i modi e i toni del vostro interlocutore prima di dargli credito. Frasi del tipo “il progetto è interessante” seguito da un “ci sentiamo presto” spesso non vogliono dire niente ma sono solo frasi di cortesia.
  6. L’inglese è fondamentale: imparatelo – Quando presentate il vostro progetto in Silicon Valley, per ovvi motivi dovete farlo in inglese. Ma se errori sulla pronuncia sono tollerati, non lo sono affatto quelli scritti nei documenti. Un presentazione scritta sciatta e/o con delle parti in italiano non tradotte non vale niente.
  7. Non scartate l’Italia a priori –  Considerate che mai come ora, il mercato italiano offre molteplici incentivi  sia in incubatori, sia fiscali. Entrambe facilitano il decollo di una buona idea made in Italy. Il rovescio della medaglia è che nella realtà italiana è più alto il rischio di avviare un’impresa con minori possibilità di crescita.

La start-up facilita gli stranieri – News – Italiaoggi


Start-up-text-on-a-button

27-03-2014 Di Cinzia De Stefanis – ItaliaOggi 

Accesso facilitato ai cittadini stranieri extra Ue che hanno intenzione di avviare una start-up in Italia. Grazie al visto super veloce che ambasciate e consolati italiani dovranno rilasciare in tempi stretti (con ogni consentita speditezza) agli startupper stranieri che vogliono venire in Italia a investire in imprese innovative. A breve il lancio del portale (www.italiastartupvisa.mise.gov.it), frutto di un lavoro comune tra il ministero dello sviluppo economico e il ministero degli affari esteri, dove gli startupper stranieri potranno compilare la modulistica per la presentazione della richiesta del nulla osta al comitato tecnico. Il comitato tecnico potrà così effettuare in modo semplice e pratico una valutazione dei requisiti oggettiva di merito, dei progetti di start-up innovativa provenienti da richiedenti esteri. Nello specifico, il comitato dovrà valutare la disponibilità di risorse finanziarie, dedicate alla start-up, per almeno 50 mila euro. E rilasciare infine un suo nulla osta. Questo quanto si legge nelle linee guida «Italia start-up visa» a cui hanno lavorato il ministero dello sviluppo economico, quello degli esteri, del lavoro e degli interni.

La start-up facilita gli stranieri – News – Italiaoggi.

La primavera degli incentivi fiscali sveglia la macchina della verità | EconomyUp.it


startupinnovative-agevolazioni-fiscali-header-1

da EconomyUp.it di Giovanni Iozzia – 21 Marzo 2014

La pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale delle agevolazioni per chi investe in startup chiude una fase importante in cui sono state create condizioni favorevoli alle nuove imprese innovative. Adesso comincia la prova dei soldi: ci sono o no? Per gli investitori privati si aprono opportunità ma anche rischi. Per le aziende è arrivato il momento di pensare seriamente al corporale venture capital. E per i progetti d’impresa migliori si aprono nuove prospettive di finanziamento.

E l’ultimo tassello sta per andare a posto. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale  gli incentivi fiscali sono operativi. È un ottimo risultato di cui andare soddisfatti ma è solo l’inizio di un nuovo faticoso cammino. Adesso comincia la partita per capire se i soldi alle nuove imprese innovative non arrivano perché non ci sono, perché chi dovrebbe metterli è miope o perché non è davvero conveniente.

Il ricco e ambizioso apparato normativo messo in piedi nel corso degli ultimi due anni a favore delle startup è anche un’implacabile macchina della verità. Adesso che le agevolazioni ci sono vediamo chi vorrà e sparà utiizzarle. E i soldi, come spesso capita, sono la prova del fuoco. È certo un dato rassicurante quello che arriva dal Registro delle imprese (quasi 1800 startup innovative registrate) con quell’immagine baldanzosa ma fuorviante di 5 nuove startup che nascono al giorno. Sono certamente segnali di un mercato che sembra voler uscire dal letargo le notizie dei finanziamenti milionari per Cloud4Wifi (4milioni di dollari da United Venture) e per Cellply (2milioni di euro in fase seed).

È difficile però capire adesso quante risorse finanziarie libererà davvero l’incentivo fiscale. Sulla carta il vantaggio è per tutti. Sul fronte dei privati c’è un tema di conoscenza del mercato e di fiducia. La detrazione fiscale sarà sufficiente a fugare dubbi e diffidenze? Più probabile che sia necessaria una grande azione di comunicazione e formazione per far conoscere meglio la cultura delle startup, le sue logiche, (altro…)

Incubatori di startup: ecco cosa non funziona nel business dell’innovazione italiano – Wired


Fonte Wired di Giulia Annovi Pubblicato marzo 7, 2014

In Germania un’idea su due diventa impresa, in Italia meno di una su dieci. Siamo bravi sulla carta, ma poco efficaci nella pratica

Gli incubatori di startup – Bic o Business Innovation Centres per gli addetti ai lavori – sono nati con lo scopo di generare un “cambiamento che crea o aggiunge valore”. Sono un pezzo cruciale di quel sistema dell’innovazione che in Europa produce crescita, ma in Italia arranca come abbiamo scritto ieri. A livello Europeo sono 200 e ospitano non solo le attività high-tech (47%), ma anche quelle che con la tecnologia non avevano nulla a che fare (36%).

In Italia ci sono 24 Bic, e il Sud è in testa con 11 centri, mentre il Nord  ne conta nove. Qui su Wired abbiamo già parlato di incubatori perché non sempre i costi di questi centri sembrano produrre l’impatto economico necessario all’Italia, caratterizzata da un nanismo aziendale. I nostri incubatori, infatti, sono molto diversi da quelli Usa.

Incubatori_di_startup__ecco_cosa_non_funziona_nel_business_dell_innovazione_italiano_-_Wired

Che risultati hanno ottenuto i Bic italiani? Secondo l’Osservatorio dei Bic  nel 2012, gli incubatori italiani hanno analizzato 465 richieste di finanziamento per progetti (altro…)

Incentivi e start up, Saccomanni firma il decreto attuativo


Start-up-text-on-a-button

http://www.economyup.it – 31 gennaio 2014 – Ilaria Orfino

l Ministro dell’Economia ha firmato il decreto contenente le norme sulle agevolazioni fiscali a favore di coloro che investono in start up innovative. Un passo avanti per favorire la crescita e l’innovazione in Italia.

E’ fatta.  Questa mattina il Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha firmato il decreto attuativo per le agevolazioni fiscali a favore di coloro che investono in start up innovative.A circa due mesi dal via libera ottenuto dalla Commissione Europea, e dopo 41 giorni dalla firma del Ministero dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato,  il decreto attuativo contenente le norme sulle agevolazioni fiscali per le startup è ora pronto per la registrazione presso la Corte dei Conti , ultimo step  da superare prima di poter approdare in Gazzetta Ufficiale. (altro…)

Fare impresa con le Start-up innovative – PMI.it


La start-up innovativa è una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, le cui azioni o quote rappresentative del capitale non sono quotate su un mercato regolamentato o sistema multilaterale di negoziazione.

Requisiti

Per qualificarsi come tale, la società deve vantare alcunirequisiti: costituzione da non più di 48 mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione (19 dicembre 2012); dal secondo anno di attività, registrare un totale della produzione annuo nell’ultimo bilancio non superiore a 5 milioni di euro; avere peroggetto sociale (esclusivo o prevalente) lo sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico; non essere stata costituita tramite fusione, scissione societaria o cessione d’azienda ovvero ramo di essa; avere sede legale di affari e interessi in Italia; non avere distribuito utili.

E’ richiesto inoltre almeno uno dei seguenti requisiti: a) Spese in ricerca e sviluppo uguali o superiori al 15% del valore maggiore tra costo e valore della produzione della start-up innovativa; dal computo sono escluse le spese per acquisto e locazione immobili mentre rientrano quelle per lo sviluppo precompetitivo e competitivo (sperimentazione, prototipazione, sviluppo del business plan) e per servizi di incubazione, i costi lordi del personale interno e dei consulenti esterni impiegati in attività di S&S, le spese legali per la registrazione e protezione della proprietà intellettuale. b) Impiego di dipendenti o collaboratori: in percentuale uguale o superiore a un terzo della forza lavoro complessiva, di personale dottorando o dottore di ricerca presso università italiana o straniera o laureato con almeno 3 anni di attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero; in percentuale uguale o superiore a due terzi della forza lavoro di personale con laurea magistrale ai sensi dell’articolo 3 del regolamento di cui al DM MIUR n. 270 del 22 ottobre 2004. c) Privativa industriale relativa ad almeno: invenzione industriale o biotecnologica, topografia di prodotto a semiconduttori, nuova varietà vegetale (titolare o depositario); programma per elaboratore originario registrato presso il relativo Registro pubblico (titolare dei diritti) purché afferenti all’oggetto sociale e all’attività d’impresa.

Agevolazioni

Per sostenere la costituzione e lo sviluppo delle start up innovative è prevista, tra l’altro, la riduzione di oneri per l’iscrizione al Registro delle imprese e l’esenzione del diritto annuale nonché incentivi fiscali per privati cittadini e aziende che investono in start-up innovative. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, le start-up innovative possonoassumere personale con contratto a tempo determinato della durata compresa tra 6 e 36 mesi. Dopo il 36° mese, il contratto potrà essere rinnovato una sola volta per un massimo di 12 mesi, al termine dei quali il collaboratore potrà continuare a lavorare nella start up con un contratto a tempo indeterminato.

Registro Imprese

Per le start-up innovative è stata istituita una apposita sezione speciale a cui iscriversi presentando Comunicazione Unica al Registro Imprese. Al momento dell’iscrizione decorre la totale esenzione del pagamento dei diritti di segreteria e dell’imposta di bollo. Le informazioni comunicate dalla start-up devono essere aggiornate due volte l’anno: entro il 30 giugno ed entro il 31 dicembre. Inoltre l’impresa dovrà presentare una nuova autodichiarazione entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e comunque entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio. L’aggiornamentodeve essere costante, pertanto deve avvenire anche nel caso non si hanno informazioni da aggiornare. L’iscrizione nella sezione speciale deve essere periodicamente verificata e confermata. Entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio e, comunque, entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, il rappresentante legale della start up innovativa attesta il mantenimento del possesso dei requisiti previsti dalla normativa. La mancata presentazione della comunicazione ovvero la perdita dei requisiti comporta la cancellazione d’ufficio dalla sezione speciale.


Fare impresa con le Start-up innovative – PMI.it

Restart-Up: Investire nell’innovazione “dormiente” delle PMI Italiane


di Stefano Denicolai

Assistant Professor in “Innovation management” all’Università di Pavia

Da qualche tempo il tema delle “start-up innovative” è sempre più attuale. Si moltiplicano gli articoli che ne parlano, ogni giorno nascono nuove iniziative per supportarle – ad esempio business plan competitions o iniziative formative e di coaching – si moltiplicano gli incubatori e gli accelleratori d’impresa. Anche il legislatore se ne è accorto e ha introdotto disposizioni specifiche per le “startup innovative” (legge 221/2012). L’impressione è che ora sia giunto il momento di presidiare questi fenomeni e prestare attenzione affinché tutto ciò non diventi una “moda temporanea” o poco più. In particolare, questa – sacrosanta – attenzione verso le giovani(ssime) imprese del domani, ha però in parte messo in ombra il substrato di PMI italiane, che comunque rappresentano ancora un importante patrimonio per il nostro Paese.

È bene sgombrare il campo da un possibile equivoco: “Piccole e Medie Imprese (PMI)” e “Startups” non sono sinonimi. Il termine PMI fa riferimento alla dimensione dell’organizzazione – ossia non grande – mentre “Startup” riguarda la fase di sviluppo: impresa agli inizi, nata da poco (in genere piccola, ma non per definizione). Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi. Il termine “start-up” si è poi caricato nel tempo di almeno altri due attributi impliciti: a) un’impresa che, oltre che essere agli inizi, è molto innovativa e che b) presenta un elevato potenziale di crescita nel tempo. Di solito, si tratta di realtà operanti in comparti ad alto contenuto tecnologico, come, ad esempio, internet, hi-tech o biotecnologie. In Italia il legislatore ci dice che si può ottenere lo status di “start-up innovativa” se – fra l’altro – la società è stata costituita da meno 4 anni, è nuova realtà in senso stretto (niente fusioni o aggregazioni fra realtà preesistenti), si occupa di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico, presenta un’elevata intensità di Ricerca e Sviluppo o quantomeno è fondata da personale altamente qualificato. Tratti questi che sottolineano la distanza rispetto alla PMI per così dire “tradizionale”.

Fare chiarezza su questa distinzione non è un mero esercizio teorico. Al contrario conduce a riflessioni interessanti. Sappiamo tutti che in Italia le PMI sono oltre il 99% del totale delle imprese registrate, ma tanti dimenticano che le start-up – realtà giovani, innovative, ad alto potenziale di crescita – sono una percentuale risibile di tutte queste PMI.

La domanda pertanto è: non potrebbe essere che anche fra le PMI esistano realtà dinamiche e intraprendenti che meritano attenzione tanto quanto le start-up?

Gli investitori del mercato equity si concentrano sulle startup per una ragione evidente. Il timore è che spesso la “piccola” dimensione sia una patologia, più che un normale stadio lungo il ciclo di vita dell’impresa. In altre parole, se la PMI con il passare degli anni continua a restare piccola, si può essere portati a ritenere che, di fatto, per diverse ragioni non esista un “elevato potenziale di  crescita”. E qui si arriva al punto della questione. Un “elevato potenziale di crescita” è un prerequisito fondamentale per gli investitori del mercato equity, ossia il vero e proprio motore pulsante del fermento attorno alle “start-up innovative” a cui stiamo assistendo in questi anni. Infatti, senza crescita sostenuta non si ha nel tempo quella plusvalenza della quota capitale che rende interessante fare un investimento di capitale ad elevato rischio.

È opinione di chi scrive che l’Italia debba credere anche nel potenziale delle PMI, oltre che in quello delle start-up come sopra definite. Servono iniziative ed idee per scovare quelle con un “potenziale dormiente” da risvegliare. Nel nostro Paese esistono sicuramente delle PMI con tecnologie e competenze sotto-valorizzate che – se supportate con competenze manageriali adeguate e capitali privati sufficienti – possono rinnovarsi radicalmente e cambiare passo. Riacquistando così quell’appeal che ad oggi sembra riservato alle start-up nate da pochi mesi.

Diversi studi confermano questa impressione. Ad esempio, l’Osservatorio PMI 2013 sottolinea che le PMI “eccellenti” esistono e non sono poche. Quelle che, pur non essendo startup, hanno già dimostrato sul campo di sapersi rinnovare e che negli ultimi anni hanno ottenuto tassi di crescita molto interessanti sono almeno il 4,4% del totale. Senza contare tutte quelle che potrebbero avere performance simili se qualcuno credesse in loro. I dati dell’indagine sopra citata evidenziano pure che si tratta di realtà diffuse in tutta Italia e che sono rintracciabili anche in settori maturi, come la meccanica.

A loro volta, le PMI devono mettersi in gioco, dimostrarsi pronte a rinnovarsi radicalmente, essere attrezzate per evolvere nel tempo senza soluzione di continuità. O sarà tutto inutile. La cultura imprenditoriale italiana deve anch’essa evolvere, sviluppare competenze manageriali moderne, accettare che esiste anche l’opzione di “vendere” l’impresa una volta sviluppata (exit strategy), imparare a negoziare con nuovi stakeholders, e così via.

In sintesi, la sfida è:

  • scovare le realtà a più elevato potenziale “dormiente”fra le migliaia di PMI italiane;
  • “riavviare” (Re-Startup) questo potenziale;
  • rinnovare la cultura imprenditoriale italiana (un tempo vincente, ora spesso anacronistica) e stimolare un ri-orientamento al cambiamento;
  • stimolare la connessione dell’ecosistema di idee, competenze e capitali, fra un più ampio bacino di imprese e attori rispetto a quanto è stato fatto finora.

Presso l’Università di Pavia stiamo cercando di studiare questo fenomeno, per mapparlo e misurarlo in modo analitico. L’obiettivo è supportare le argomentazioni sopra riportate con casi studio interessanti, dati e statistiche mirate. La speranza è che iniziative come quella che stiamo conducendo nel nostro Dipartimento generino un interesse contagioso verso questi temi, affinché si comprenda che l’Italia per rilanciarsi ha bisogno anche delle sue ‘Re-Startup”. Il nostro paese presenta un enorme gap da colmare su questi temi, ma deve trasformare tale ritardo in una opportunità: ossia sviluppare modelli tarati sulle proprie peculiarità, non scimiottare la Silicon Valley.

Restart-Up: Investire nell’innovazione “dormiente” delle PMI Italiane |.