Taglio della Spesa

BacktoWork24: un nuovo sistema di erogazione di credito e competenze.


di Edoardo Varini

L’impresa italiana è in crisi da tempo, è drammaticamente in crisi, una crisi le cui cause sono note, ma non lo sono forse nel corretto ordine di rilevanza. Difficile negare che la stretta creditizia sia la prima della lista, in Italia e in tutti i paesi più avanzati. Certamente, come vedremo più avanti, non è stato il sistema bancario a scatenare la crisi dell’impresa italiana, ma certo ha fatto da detonatore.

Leggevo l’altrieri sul “Sole24Ore” uno splendido articolo di Donato Masciandaro, significativamente intitolato: «Per uscire dal tunnel serve la luce del credito». Scrive Masciandaro: «Le possibilità di una ripresa economica in Italia poggiano su diversi presupposti: uno di questi è che le nostre banche facciano quello che gli riesce meglio da sempre: erogare credito commerciale alle imprese del territorio di insediamento, raccogliendo dettaglio al risparmio presso le famiglie».

Ma se le banche non lo fanno, o lo faranno con troppo ritardo, noi che facciamo, il Paese, i nostri figli che fanno? BacktoWork24 ha pensato che fosse il caso di muoversi in sostituzione del sistema bancario per l’erogazione del credito verso l’impresa. Come? Chiedendo ad investitori e manager di mettere a disposizione di aziende accuratamente selezionate – e quanto è mancata in Italia una reale analisi qualitativa aziendale, che ponesse l’accento più sulle potenzialità di sviluppo che sui risultati pregressi – la loro liquidità e le loro competenze, offrendo loro servizi a valore aggiunto in grado di formare e sviluppare competenze gestionali ormai irrinunciabili, cercando di promuovere un’idea di lavoro forte impregnata di etica e di futuro. Perché non è possibile immaginare il futuro senza un minimo di etica, senza rinunciare a un po’ di quel che si può prendere oggi per lasciarlo alle generazioni future, per investirlo sul domani dei nostri figli.

Non è possibile continuare a vivere in un mondo la cui ricchezza è per otto/noni virtuale, costituita da derivati finanziari in larga parte sfuggiti a un reale controllo, anzi, palesemente sprovvisti di una supervisione e di un coordinamento globale. Seicentomila miliardi di dollari di carta a fronte di 72 miliardi di ricchezza reale, prodotta dal lavoro.

Permettetemi due parole ancora sulle ragioni della crisi imprenditoriale italiana. È pensiero comune che a scatenarla sia stata la crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli Stati Uniti con gli oltre 4.000 miliardi di dollari perduti da banche e istituzioni finanziarie con i mutui subprime, da cui si è poi ingenerata una stretta creditizia che ha internazionalmente ostacolato lo sviluppo e la crescita.

Come sappiamo, tra il 2010 e il 2011 la crisi si è estesa ai debiti sovrani e alle finanze degli stati – già dissanguati dal forzoso sostegno agli istituti di credito indebitati – e da ciò la scellerata scelta di politiche di bilancio fortemente restrittive che non hanno fatto altro che peggiorare vertiginosamente la situazione.

Fatto sta che oggi, come ricordato all’inizio, la stretta creditizia è effettivamente il principale ostacolo verso la via della ripresa imprenditoriale, in Italia e in tutti i paesi dalle economie più avanzate. Però noi italiani non possiamo fermarci qui, noi lo dobbiamo sapere che già nel 2008 le imprese nazionali, ed in particolare le pmi, erano ormai al lumicino, sia in termini di domanda interna sia dei margini industriali, in particolare per le produzioni a scarso valore aggiunto.

Certo, viviamo anche nel paese in cui i debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese fornitrici di beni e servizi ammontavano nel 2010 a 150 miliardi di euro, oltre il 10% del Pil – e da allora non hanno fatto altro che crescere – e tuttavia come non evidenziare l’inveterato problema della sottocapitalizzazione delle aziende nazionali, del costante, sistematico, spesso sconsiderato ricorso all’indebitamento bancario e, mi permetto di dire “soprattutto”, come non indicare tra le principali inefficienze strutturali del sistema un’idea troppo familiare e provinciale della managerialità, che sarebbe bastata da sola ad escluderci da una competizione commerciale sempre più globale e aggressiva.

Vorrei sapere quante delle imprese italiane in crisi dispongono di metodi di controllo dell’andamento gestionale, di un chiaro quadro contabile e di marginalità industriale del prodotto, e finanche del budget annuale o di periodo. Per non parlare della gestione della tesoreria esclusivamente su costi e ricavi e non sui flussi monetari, che impedisce la formulazione di previsioni e condanna conseguentemente a trovarsi sempre finanziariamente impreparati ad affrontare qualunque evenienza, che a quel punto è sempre e comunque un imprevisto.

Difficoltà, spesso impossibilità di accesso al credito e carenza, spesso assenza, delle necessarie competenze. Per ovviare a queste inefficienze sistemiche è nato BacktoWork24. L’obiettivo è grande, è forse il più grande che ci si possa porre oggi in questo paese se si intende qualcosa di economia e di sviluppo. Ed è questo il caso delle persone che compongono BacktoWork24, persone che hanno capito che è tempo di invertire la rotta. E, cosa che in questi tempi di chiacchiere rischia di apparire bizzarra, lo stanno facendo.

Lavoro, futuro, attraverso l’impresa. Un’idea da percorrere, senza ulteriori incertezze.

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L’alibi dell’Euro e della Germania cattiva | Minuzie


Di Simone Spetia il giugno 15, 2013

Qualche riflessione sulla scorta di un paio di tweet che hanno riscosso una discreta disapprovazione presso i sostenitori dell’uscita dall’Euro e presso coloro che ritengono che gran parte delle colpe di questa crisi del sud Europa ricadano sulla Germania.

Sinceramente: non ho le competenze per ritenere se, dal punto di vista monetario e puramente economico, un’uscita dall’Euro sia una buona soluzione, né quelle per poter paragonare il sistema tedesco a quello italiano nel suo complesso. Ho qualche idea, però, sulla politica e sulla psicologia di un popolo come quello italiano.

La Germania cattiva, l’Euro che ci rende meno competitivi sono ottimi alibi: sarà pur vero che i Tedeschi hanno tratto dall’Euro benefici molto maggiori dei nostri, sarà pur vero che l’Euro ci ha danneggiati, ma è anche vero che questo consente, politicamente e psicologicamente, di liberarsi mentalmente dei nostri problemi; ci fa scaricare le responsabilità (nostre) su qualcun altro.

Mi riferisco alle finanze pubbliche, per esempio: non dimentichiamoci, per cortesia, che vent’anni fa, quando l’Euro ancora non c’era, il debito/PIL dei tedeschi era al 30% e quello italiano al 110%. Ma la finanza pubblica è solo un aspetto, secondo me il meno importante.

La liretta, per portare solo un esempio, ci consentiva di fare turismo a buon mercato. A tutt’oggi ne paghiamo lo scotto: alberghi a quattro stelle che ne meriterebbero due, località di vacanza senza servizi e che per anni hanno vissuto di rendita.

L’Euro e l’Europa, sono costruiti malissimo (su questo non c’è il minimo dubbio), la moneta unica avvantaggia alcuni e toglie vantaggi ad altri e, ribadisco, non sono in grado di dire se l’uscita dalla moneta unica possa portare ad un’epoca felice o al disastro completo (propendo per un’ipotesi mediana). Però ci costringono a confrontarci con i nostri difetti, a togliere la polvere da sotto al tappeto.

La possibilità di svalutare rischia di coprire le magagne di un sistema industriale che presenta ancora sacche incredibilmente  ampie di scarsa o nulla capacità di stare sul mercato: la liretta ha prodotto anche imprese sottocapitalizzate, sottospecializzate, sottodimensionate; la svalutazione rischia di allentare, di conseguenza, la pressione delle stesse imprese e dei cittadini sullo Stato perché sia più efficiente; rischia di esaltare la nostra forza, nascondendo le nostre debolezze.

L’alibi dell’Euro e della Germania cattiva | Minuzie.

Krugman fa come i tifosi di Totti – l’Espresso


di Luigi Zingales – 30 maggio 2013 – tratto da l’Espresso on-line

Il famoso sputo al calciatore danese fu giudicato un gesto irresponsabile o una ragazzata a seconda della “fede” da stadio. Con lo stesso tifo il premio Nobel attacca oggi chi sostiene che in Italia, per crescere, bisogna tagliare la spesa pubblica.

Paul Krugman

Paul Krugman

Romanista o laziale? Non è questione di logica, ma di “fede”, una fede che trova le radici nella prima maglia indossata, nel campione che ha acceso la nostra fantasia di bimbi, negli amici del patronato. Questa fede ci porta a giudicare in modo diverso episodi simili. Lo sputo di Francesco Totti a un giocatore danese o il saluto fascista di Paolo Di Canio diventano gesti irresponsabili o innocue “ragazzate” a secondo della nostra “fede”. Questo tifo è l’opposto dello spirito sportivo di de Coubertin, ma viene incoraggiato dalle squadre e dai giornali, perché aiuta a vendere biglietti e copie.

Purtroppo questo tifo da stadio si è esteso anche al dibattito di politica economica. I responsabili non sono solo giornalisti e politici, ma nientepopodimeno che il premio Nobel per l’economia Paul Krugman. Quando scriveva nelle riviste accademiche era un economista sopraffino. Da editorialista del New York Times si è trasformato in un ultra manicheo. Per lui ci sono i buoni (coloro che vogliono aumentare la spesa pubblica sempre e comunque) e i cattivi (che vogliono ridurla). Nessun colpo è troppo basso contro i cattivi. Le prime vittime sono stati gli economisti di Harvard, Reinhart e Rogoff. In uno dei loro articoli più famosi avevano sostenuto che un elevato debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo riduceva la crescita economica, una tesi che trova d’accordo lo stesso Krugman. Ma la loro colpa è di aver individuato al 90 per cento il livello a cui questo effetto negativo diventa importante, un valore vicino a quello degli Stati Uniti in questo momento e quindi un risultato usato dai “nemici” per limitare la spesa pubblica americana. Da analisi successive è emerso che questa soglia non era poi così chiara e che dipendeva in parte da un imbarazzante errore in excel, errore che è stato individuato perché gli autori stessi avevano consegnato dati e programmi ad altri ricercatori. Ma questo a Krugman non è bastato: li ha accusati di disonestà intellettuale e quando, prove alla mano, hanno dimostrato di aver distribuito i loro dati ben tre anni fa non si è neppure scusato.

L'economista Luigi Zingales

L’economista Luigi Zingales

Le vittime successive sono stati Alberto Alesina e Silvia Ardagna, soprannominati, in sprezzo al genere, “Bocconi boys”. La loro “colpa” è quella di aver sostenuto che un taglio della spesa pubblica può avere effetti espansivi, una possibilità già dimostrata 23 anni fa da Francesco Giavazzi e Marco Pagano. Non c’è alcun imbarazzante errore nella loro analisi, ma il loro risultato è sensibile alla definizione di politica di austerità. E questo basta a Krugman per dileggiarli, ignorando che il loro risultato principale – che un taglio di spesa pubblica sia meno recessivo di un aumento delle imposte – è stato confermato.

Purtroppo questa discussione di politica economica “da stadio” oscura un ampio consenso tra gli economisti su cosa si debba fare. In genere un taglio della spesa pubblica ha, nel breve periodo, un effetto recessivo. Se licenziamo 5 mila guardie forestali siciliane il Pil nazionale si riduce di 72 milioni all’anno (i servizi della pubblica amministrazione entrano nel Pil al loro costo, anche se il vero valore prodotto fosse – come probabile in questo caso – zero). Questi 72 milioni non spariscono: si traducono in meno imposte o in minor debito. I contribuenti (che pagano meno imposte) o i creditori (che si trovano con più soldi liquidi) aumenteranno la domanda e a ruota il Pil. Il processo però non è immediato e quindi nel brevissimo periodo ci sarà una riduzione di Pil e maggiore disoccupazione. Per questo gli economisti preferiscono ridurre il deficit in una fase espansiva dell’economia.

Però, quando un paese, come l’Italia, dipende dal credito estero per finanziare il proprio debito, una crisi di fiducia, come quella sperimentata nell’estate 2011, può essere devastante. In quel caso, non si può aspettare a ridurre il deficit. Per attenuarne gli effetti recessivi, tale riduzione dovrebbe avvenire principalmente attraverso tagli di spesa invece che aumenti di imposte. Purtroppo su questo fronte hanno fallito tutti i governi italiani, compreso quello guidato dal vero Bocconi boy, Mario Monti.

Krugman fa come i tifosi di Totti – l’Espresso.

Michele Boldrin: “Ecco dove trovare 14 miliardi per tagliare le tasse” | Fare per Fermare il Declino


(AGENPARL) – Roma, 05 giu – “Mentre il governo Letta discute a vanvera di tasse o ne rinvia il pagamento, senza trovare le coperture, il Paese continua a declinare”. Lo dichiara Michele Boldrin, economista e nuovo presidente di Fare per Fermare il Declino. “Ma le coperture ci sono. Ecco due provocazioni, che tanto tali non sono”, continua Boldrin. “Lo Stato italiano spende ogni anno circa 40 miliardi per le pensioni di invalidità e, come tutti sanno (anche se per opportunismo o calcolo politico fanno finta di ignorare) almeno un quarto di questa cifra viene percepita da chi non ne avrebbe alcun diritto. Questo fenomeno crea almeno tre gravissimi danni”, spiega: “Innanzitutto, ruba (letteralmente) risorse destinate a chi avrebbe realmente diritto a un sostegno sociale; in secondo luogo, crea una distorsione nel sistema del welfare, perché usa uno strumento (la pensione di invalidità) al posto di altri eventuali sussidi più appropriati; infine, crea una rete di connivenze e clientelismi legati all’abuso nell’erogazione illecita di queste pensioni”.

“Ebbene, la mia proposta”, prosegue Boldrin, “è semplice e drastica: prendere atto che il sistema è deviato e risanarlo alla radice stabilendo che tra due anni le attuali pensioni di invalidità cesseranno di essere erogate. Contemporaneamente, occorrerà permettere per tempo, a chiunque ritenga di averne i requisiti, di ottenere una nuova pensione di invalidità che verrà riconosciuta a chi presenterà una nuova documentazione sanitaria, rilasciata da strutture al di sopra di ogni sospetto (es. ospedali militari o altre strutture pubbliche controllabili), certificante l’effettivo stato di salute dei percettori. Distinguendo chi ha realmente bisogno”, dice il presidente di Fare, “da chi invece perpetra un reiterato furto ai danni della collettività, si eliminerà un abuso che ogni anno costa ai contribuenti almeno 10 miliardi di euro”. “La seconda proposta è di ridurre progressivamente”, dichiara Boldrin, “i sussidi statali alle imprese, che invece di sostenere quelle efficienti finiscono nella quasi totalità a poche grandi entità, scarsamente efficienti e quasi totalmente controllate dalla mano pubblica. Il totale di questi sussidi, stimato dalla commissione Giavazzi è di circa 27 miliardi di euro l’anno. Una loro riduzione, nell’arco di cinque anni, al ritmo di quattro miliardi all’anno, porterebbe a un risparmio di 20 miliardi. Tagliando questi sussidi totalmente improduttivi, che hanno l’unico scopo di alimentare il carrozzone pubblico e tutta la sua piramide di clientele, si libererebbero 4 miliardi di euro già a partire dal prossimo anno”, afferma.

“Due sole mosse, per risparmiare quattro miliardi l’anno dal 2014 e più di dieci l’anno dal 2015: ecco come Letta”, secondo Boldrin, “potrebbe uscire dall’impasse sull’IVA e iniziare finalmente a ridurre IRES e IRAP sulle imprese veramente produttive che ne vengono oggi strangolate”. “Ma invece di affrontare i problemi economici del paese, che si risanano solo demolendo sprechi ed eccessi dell’apparato pubblico, il Presidente del Consiglio preferisce sollevare il dibattito sulle riforme istituzionali”, conclude Boldrin, “e sul semipresidenzialismo, ennesima foglia di fico dietro cui celarsi per evitare di affrontare i problemi reali del paese che sono anzitutto quelli causati da questo stato inefficiente, parassita e troppo costoso”.

viaMichele Boldrin: “Ecco dove trovare 14 miliardi per tagliare le tasse” | Fare per Fermare il Declino.

Salari bassi ed informazione economica | noiseFromAmeriKa


19 novembre 2007 • michele boldrin

E’ urgente fare bene, fare presto e fare a larga scala una severa critica del giornalismo economico e di ciò che va pubblicando in Italia, specialmente con riguardo ai bassi salari.

Dopo la relazione Draghi, ma anche prima va detto, la stampa italiana ha scoperto che il reddito degli italiani non cresce. E ce ne spiega le cause suggerendo di conseguenza le cure appropriate.

Si vedano esempi quiqui e qui (quest’ultimo segnalato da un’altra cortese e graziosa lettrice).


Urge demistificazione!
 Questi stanno dicendo delle cretinate veramente invereconde che girano sulla stampa e, ne son certo, finiscono nei continui ed ossessivi quaquaraqua televisivi. Alle invereconde baggianate giornalistiche fanno poi da accompagnamento analisi “tecniche” incoerenti prodotte da economisti da spiaggia, come quelle che trovate in questo sito e diosolosa in quanti altri. In particolare, su quest’ultimo sito – assurto ad apparente fucina del pensiero economico rifondarol-manifestante – vi invito a leggere il dotto sproloquio sul capitale umano, il mercato malato e le eterne “riforme di struttura” a firma di tali Roberto Romano e Sergio Ferrari … tra confusione ideologica, assenza di qualsiasi analisi empirica, e completa ignoranza di cosa determini produttività e crescita, il pastrocchio che ne esce è ilare. Ma c’è poco da ridere, visto che poi su queste comiche idee il Parlamento italiano ci fonda la politica economica.

Sia chiaro, le cretinate non consistono nel documentare che, da quasi un decennio, salari e stipendi (in Italia si ama ancora fare questa distinzione: il primo lo prende il butto operaio, il secondo va invece al più civilizzato impiegato) non crescono in termini reali ed in alcuni casi addirittura calano. Questo è vero, ed è il sintomo più solido e più drammatico del declino del paese. Non crescono al lordo, prima delle tasse. La crescente tassazione del valore aggiunto generato dal settore privato, per mantenere le inutili spese della casta e della sua corte romana, hanno ridotto in moltissimi settori il reddito disponibile reale dei lavoratori italiani. Questo fatto era noto da un pezzo a chiunque non avesse il prosciutto sugli occhi. Il problema sta nel capirne correttamente le cause ed individuarne quindi i necessari rimedi. Ed è a questo punto che le cretinate in Italia fioccano.

Le cretinate consistono nel sostenere le varie teorie incoerenti che attribuiscono la mancata crescita del reddito degli italiani ai prezzi che crescono troppo (per cui basta fare il controllo amministrativo dei prezzi ed il reddito reale cresce), o al mancato rinnovo dei contratti (per cui basta scioperare più frequentemente e duramente, ed i redditi reali crescono) o al diffondersi dei lavori precari (per cui basta imporre per via legislativa o contrattuale l’eliminazione del precariato et voilà siamo tutti subito
più ricchi) ed altre corbellerie di questo tipo. Oppure, se si scrive sul Manifesto, basta straparlare di mancate “riforme di struttura” e dell’assenza di adeguato intervento pubblico che curi il mercato malato, come sproloquiano incoerentemente i due “economisti” di cui sopra, perchè il miracolo si avveri.

Urge
demistificazione, ripeto. Se leggete i commenti dei lettori nel secondo e nel terzo link che ho messo, vi viene la pelle d’oca. L’ignoranza e la confusione diffuse in Italia sulle cause del declino sono impressionanti e spaventose. Su tale ignoranza si mantiene la casta, il suo non riformare e l’eterno mal governare, sia esso prodian-rifondarolo o berlusconian-corporativitista. Su tale ignoranza si costruiscono solo ulteriori disastri a venire: un declino economico cosí massificato e persitente non si inverte in poco tempo, né senza misure di drastica e dolorosa riforma (questa sì: strutturale!) che liberino mercati, concorrenza, meritocrazia e mobilità sociale. E che taglino le maledette tasse assieme alle maledette spese pubbliche inutili.

Purtroppo mi manca il tempo per farlo, quindi posso solo fare l’appello ad altri più capaci di me. Il tempo mi manca perchè qui il mercato non è malato. Tralasciando il mercato senior, dove faccio da ansioso acquirente, ho sei studenti sul mercato junior medesimo: un italiano, uno spagnolo, un russo, un turco, un argentino ed un giapponese. Cercano tutti ed entusiasticamente un lavoro precario, con rischio di licenziamento in tre o sei anni se non producono nuova conoscenza ad alto ritmo e non insegnano come si deve. In compenso, se lo trovano negli USA, il lavoro precario in questione pagherà loro un salario iniziale di almeno 120mila dollari … agli altri raccontare cosa succederebbe se lo trovassero invece in Europa o, peggio ancora fatte salve due eccezioni, in Italia.

via| noiseFromAmeriKa.

Elogio del capitalismo | The Fielder


di  30-04-2013

Soldi & ingranaggiOrmai quotidianamente, vediamo politici, scrittori, economisti – o presunti tali – travisare e distorcere il funzionamento del sistema capitalistico, additando l’attuale crisi al “neoliberismo”. Stando a questi moderni promotori di povertà, per regalare ricchezza e felicità ai più bisognosi sarebbe necessario che lo stato intervenisse, bloccando la crescita, “decrescendo felicemente”, entrando nell’azionariato delle imprese in crisi mantenendole aperte anche a costo che esse siano in perdita. Essi sostengono che la “crescita non porta nuovi posti di lavoro” e che le grandi imprese dovrebbero essere private “dell’enorme potere che hanno acquistato a discapito del popolo”. Contro questo fanatismo dilagante, è più che mai doveroso dire la verità: ossia che a portare le masse popolari fuori dalla povertà in cui vivevano nelle ere pre capitalistiche, altro non sono state che le grandi imprese.

Il fatto che nel mondo occidentale il tenore di vita si sia progressivamente alzato – portando l’età media dai 36 anni del 1912  ai 72 anni del 2011 – è dovuto alla crescita del benessere personale, come ad esempio la migliore nutrizione e cura della persona. Tale cambiamento non sarebbe mai potuto avvenire senza l’economia capitalista. Si pensi alla società dell’inizio del XIX secolo: i beni di lusso erano destinati unicamente ad un ristretto gruppo di aristrocratici e borghesi. Invece, con l’avvento delle società capitalistiche, questa tipologia di beni, destinati in precedenza a un gruppo relativamente piccolo di benestanti, possono essere prodotti da aziende più piccole, aumentando il numero delle imprese e la quantità di prodotti sul mercato. Le industrie non fanno altro che produrre per soddisfare i bisogni delle masse. Le stesse persone che lavorano in attività organizzate dal “ grande capitale” sono i principali consumatori dei beni prodotti. È la grande impresa, quella che porta tutte le conquiste tecnologiche all’interno delle case di ogni cittadino del mondo occidentale. È dunque ridicolo parlare del “potere” delle grandi imprese, è ridicolo parlare di “decrescita felice”.

Il vero segno distintivo del capitalismo è che il potere ultimo di decisione appartiene ai consumatori. Sono proprio i consumatori, i comuni cittadini, gli stessi che lavorano nella grande impresa, a decidere quali prodotti comprare e quali no. Sono loro che determinano il successo o il fallimento dei prodotti delle imprese. Maggiore è la dimensione dell’azienda, e in misura maggiore essa dipende dalla disponibilità del consumatore a conquistare i suoi articoli. Un esempio molto semplice di questo meccanismo è il mercato dei telefoni cellulari: è stato il desiderio dei consumatori che ha spronato le aziende ad inventare telefoni sempre più piccoli, come quelli dell’inizio anni 2000, per poi farli diventare invece più larghi e lunghi, più simili a dei computer portatili,  come ben dimostrano il Samsung Galaxy S3 e l’iPhone 5. Le aziende che non hanno colto al volo il cambiamento di prospettiva dei consumatori, come Motorola e Nokia, sono fallite o hanno avuto un pesante ridimensionamento. Un altro esempio lampante è il mercato delle Tv. La tecnologia della vecchia televisione a tubo catodico è stata superata dalla tecnologia a Led ed a cristalli liquidi. Le aziende che non hanno recepito velocemente  questo cambiamento del desiderio dei consumatori sono andate incontro ad un triste declino, come racconta bene storia della casa Italiana Mivar, passata da una quota di mercato di circa 40% del 1988, all’8% del 2011.

“La legge fondamentale del mercato”-  scrive Ludwig Von Mises in un articolo apparso nel 1960 su «The Freeman» – “è che il cliente ha sempre ragione”. In una società industriale capitalistica, i ricchi sono infatti soggetti alla supremazia del mercato. Essi acquisiscono la loro ricchezza grazie alla buona fornitura di servizi offerti ai consumatori, e la perdono quando altri concorrenti soddisfano meglio le esigenze di mercato. Nell’economia di mercato, i proprietari di grossi capitali sono costretti a investire continuamente in nuove produzioni, che meglio servano i consumatori. Ovviamente questa libertà può portare l’uomo ad creare progetti vincenti, come invece portare esso al fallimento, a causa di investimenti totalmente sbagliati. Ma chiunque ritenga che la crescita non porti lavoro, chiunque pensi che le grandi imprese vanno chiuse, che la ricchezza va redistribuita arbitrariamente, in verità altro non vuole che limitare la libertà dell’uomo.


Elogio del capitalismo | The Fielder
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L’illusione finanziaria dei servizi pubblici | The Fielder


Soldi

L’idea della sostanziale gratuità di beni e servizi forniti dallo stato senza diretto corrispettivo, o con un corrispettivo solo in maniera molto limitata equivalente al consumo o alla prestazione erogata, è poco più che un mito, pura retorica stato-latrica da brandire contro le persone fin quando, esauste, s’arrenderanno alla verità stabilita. Sulla scorta di tale idea, in molti sono portati a pensare la scuola statale come sostanzialmente gratuita, così come la sanità (oggi meno con l’introduzione dei ticket, ma prima l’idea che ci si poteva fare era di una sostanziale gratuità).

E’ invece chiaro che si tratta d’una sostanziale falsità: qualsiasi bene o servizio va prodotto, e la produzione comporta dei costi; tali costi vanno in qualche maniera coperti. La differenza tra un bene fornito da un’impresa privata e un bene fornito dallo stato senza diretto e pieno corrispettivo, è che nel primo caso l’impresa vive attraverso le vendite sul mercato: i clienti possono scegliere se acquistare o meno il prodotto, a seconda che lo stesso sia più o meno gradito; ma in ogni caso sappiamo esattamente quanto ci costa, ed a quanto rinunciamo per avere in cambio tale prodotto. Nel caso statale, in mancanza di veri e propri ricavi, i costi vengono coperti in larga parte mediante la fiscalità generale; ma, in questo modo, attenuato il rapporto tra prestazione ed esborso monetario e passati da una dimensione volontaristica e di scelta ad una di coazione, si vengono a creare tutta una serie di problemi.

Uno è certamente quello che Amilcare Puviani, in un geniale saggio del 1903, definì “illusione finanziaria”: con questa espressione si vuole intendere tutti quegli accorgimenti messi in campo dallo stato al fine di confondere i contribuenti, in modo che si percepiscano meno tar-tassati di quanto invece non siano: “Adunque possiamo dire che per illusione finanziaria s’intende una rappresentazione erronea delle ricchezze pagate o da pagarsi a titolo d’imposta o di certe modalità del loro impiego”; ed in modo che siano portati a sovrastimare i benefici e, in generale, l’importanza dell’attività statale: “I giudizi nelle spese pubbliche, coll’occultare certi impieghi di danaro, col metterne in evidenza altri, riescono ordinariamente ad esagerare il valore dello stato, ma talvolta anche a scemarlo oltre i giusti limiti. Anche i giudizi erronei sulla imposizione possono accrescere eccessivamente l’entità di questa o attenuarla, il quale ultimo caso avviene assai più di frequente” (A. Puviani, Teoria dell’illusione finanziaria).

Si possono d’altro canto distinguere due gruppi di motivi: passivi ed attivi. I passivi consistono nell’ignoranza o nell’insufficiente conoscenza che i cittadini hanno del bilancio pubblico, degli scopi e dei vantaggi dei servizi pubblici, delle leggi tributarie e in generale del sistema impositivo. I motivi attivi consistono in quegli atti che vengono deliberatamente posti in essere dai governanti (in senso lato) al fine di modificare i giudizi e le valutazioni dei governati sia sull’imposizione che sula spesa, oscurando l’entità e/o la natura della prima, esaltando gli effetti benefici della seconda. Molti sono i modi mediante cui si rafforza tale fenomeno di illusione: dal collegare il pagamento d’una imposta ad un momento di godimento (ad esempio una vincita, o l’esser beneficiati d’un lascito ereditario), all’incorporare l’imposta nel prezzo di vendita d’un bene (già Mill si era accorto che in questo modo il consumatore avverte di meno la quantità effettiva di imposta che corrisponde al fisco). Senza contare che l’estrema complessità del nostro barocco sistema tributario è forse il modo principale per evitare che le persone si rendano conto di quanto, in totale, corrispondono all’erario.

Ma c’è un punto meno evidente della storia, e per questo più insidioso. La mente umana, in linea di massima, è portata a concentrare la propria attenzione su quel che esiste, che può quindi vedere; più difficilmente si rende conto di cosa potrebbe esserci al posto di quel che vediamo; ancor più difficile lanciarsi in confronti tra un qualcosa di reale e un qualcosa di puramente ipotetico, dando quasi per scontato che quel che esiste è meglio di quel che potrebbe esistere. In questo senso il danno prodotto dall’affermarsi dello stato come produttore di un servizio non consiste solo nel fatto che lo produrrà con una bassissima efficienza; ma che, una volta le persone si sono abituate ad una consuetudine di produzione statale, sorge l’idea che in mancanza di tale presenza nessuno si preoccuperebbe di lanciarsi in quel tipo di produzione (e se non ci fosse lo stato chi mai costruirebbe le strade?)

In senso più generale, il fatto di essere impossibilitati a collegare costi e benefici, di non riuscire a capire concretamente quanto ci viene a costare un tale bene o servizio, fa si che venga difficile porsi una semplicissima domanda: ma se la fornitura di tale servizio (ad esempio la sanità) non fosse gestito dal pubblico (in questo caso mediante le regioni), un sistema diverso (basato ad esempio sulle assicurazioni private) quanto mi costerebbe? Che livello di efficienza garantirebbe?

Non sono allora per nulla gratuiti tali servizi pubblici, per quanto ci sia tutto l’interesse nel farlo credere; costano invece, probabilmente costano anche troppo; ma non potendo sapere nel dettaglio quanti soldi sono destinati, quanto nello specifico ci costa personalmente, quale è il rapporto costo-beneficio, siamo indotti a non ragionare troppo sul problema. Ed è, oltretutto, un ottimo modo per occultare il fatto che gran parte che della risorse che l’apparato pubblico assorbe, e che dovrebbero servire alla produzione di servizi di pubblica utilità, hanno ben poco a che spartire con idee di benessere collettivo (inutile specificare che mi riferisco ai noti episodi di clientelismo, di corruzione ecc)

Tale domande sono eluse, e sui media, nei talk show, perfino sui giornali assistiamo a dibattiti nei quali nessuno osa affrontare in modo ponderato e analitico i problemi, scevro da vetuste impalcature ideologiche, affidandosi alla pura retorica da un lato del pubblico è bello (quasi sempre), dall’altro (per la verità rare volte ) in idolatrie del privato tout court. Tutti comunque accomunati dal ragionare su parole, sulle emozioni che istintivamente ci evocano tali parole, più che su reali analisi dei problemi; tutta la strenua difesa della scuola pubblica è una pura farsa, nella quale non si riesce né a far comprendere che pubblico ha poco a che spartire con statale; nè che non risulta logicamente consequenziale che un servizio, per essere pubblico, debba anche essere prodotto e distribuito dall’apparato statale.

Ideologia e faziosismo ancora oggi hanno decisamente la meglio. Fin quando non riusciremo a metterle da parte, ed a impostare un piano di ragionamento che non vada a soddisfare solo istinti atavici di contrapposizione, ma che miri alle tasche dei contribuenti, alle vere convenienze, sarà difficile che questo paese possa risollevarsi dalla paralisi nella quale si è avvitato ormai da decenni.

Gabriele Manzo.

L’illusione finanziaria dei servizi pubblici | The Fielder.