Tasse

Stangata sul riscaldamento, arriva la tassa per chi ha la stufa a pellet


Pellet

Una vera e propria stangata in arrivo per milioni di italiani. Non bastavano Tasi (Tassa sui servizi indivisibili), Tari (Tassa sui rifiuti) e Imu, per le famiglie italiane si prevede una spesa di 50 euro in più a causa dell’aumento, imposto dal Governo, dal 10 al 22% dell’Iva sul pellet, i cilindri di materiale legnoso che servono ad alimentare le stufe, utilizzate da circa due milioni di famiglie in Italia, la maggior parte delle quali sono a basso reddito.

Secondo l’Associazione italiana energie agroforestali (Aiel), nel 2013 l’Italia ha consumato 3,3 milioni di tonnellate di pellet e ha confermato il nostro Paese come il primo consumatore d’Europa.

viaStangata sul riscaldamento, arriva la tassa per chi ha la stufa a pellet.

Proposta liberatoria.


corviale(62)

Nei primi otto mesi di quest’anno il gettito derivante dell’Iva è crollato, rispetto all’anno scorso, della bellezza di 3,7 miliardi di euro.

Il superbollo per le automobili con più di 185 kw ha provocato un mancato gettito per 140 milioni, distruggendo il mercato e provocando un mancato introito delle tasse ad esso collegato.

Il balzello sugli yacht ha portato ad una perdita di gettito per altri 85 milioni, ha provocato una fuga all’estero di circa il 30% delle imbarcazioni prima ormeggiate nostre marine, paralizzando il settore e provocando un danno per circa 1 miliardo di euro (calcolato per difetto e che rappresenta un’ulteriore perdita di introiti fiscali).

Si attendono i danni provocati dalla Tobin Tax che, pare, cuberanno per un altro miliardo di Euro.

Sappiamo, perché da Fassina alla Bindi ce lo hanno detto in ogni salsa, che tutti i vari aumenti sono principalmente dovuti alla prima cancellazione dell’Ici e alla testarda determinazione di Berlusconi a voler cancellare pure l’Imu.

Lo sappiamo, ma avremmo comunque una proposta da fare a Letta, Monti & C.: prendetevi tutto subito. Statalizzate tutto: ogni attività e ogni proprietà.
Noi, dal nostro grigio prefabbricato di cemento scenderemo, come ombre nella notte, nelle buie luci alle 5 del mattino, ma felici di andare a lavorare nella nostra  statale. Lì ci siederemo a terra, aspettando finisca il nostro turno di lavoro e di leggere sul giornale la notizia che avete fatto la fine di Ceausescu.

Paolo Visnoviz

Pale eoliche e centrali nucleari spente In bolletta un conto di 230 euro – Corriere.it


Sergio Rizzo – 6 giugno 2013

Non sarà certo per questo motivo che il costo dell’energia elettrica è il più alto d’Europa. Ma se proprio vogliamo fare la classifica delle assurdità che hanno fatto conquistare alle tariffe italiane il primato continentale, in cima a tutte ci sono le tasse sulle tasse.

L’Iva viene infatti applicata sull’importo lordo comprensivo dell’accisa: il risultato è che le famiglie pagano ogni anno sulle bollette elettriche almeno 130 milioni di imposte su una imposta. Senza contare le imprese. Guardatele con attenzione, quelle bollette, perché scoprirete cose che mai avreste immaginato. Quest’anno, per esempio, i cosiddetti «oneri generali di sistema» arriveranno a pesare sul totale per quasi il 20 per cento. Cosa sono? Voci senza alcun rapporto con il prezzo dell’energia, il costo della trasmissione o dei servizi di rete. Lì dentro ci sono, per esempio, gli incentivi per le rinnovabili: i pannelli solari, le pale eoliche, le centrali a biomasse, ma anche le fonti cosiddette «assimilate», come gli scarti (inquinanti) delle raffinerie che tuttora godono dei contributi ecologici.

Quest’anno si toccherà il record assoluto di 13 miliardi di euro, facendo salire il conto di questi «oneri generali di sistema» a ben 14 miliardi. Ovvero, 230 euro per ogni cittadino italiano. Con una progressione inarrestabile rispetto ai 93 euro del 2010, ai 125 del 2011 e ai 192 del 2012. Su questi incentivi, naturalmente, si pagano le imposte. Ma sono tassati pure gli oneri per il nucleare: 149 milioni lo scorso anno, 255 nel 2011 e ben 410 nel 2010. Si tratta dei soldi destinati allo smantellamento delle centrali atomiche chiuse con il referendum del novembre 1987, più di venticinque anni fa. Se ne deve occupare la Sogin, società pubblica con quasi 900 dipendenti. Continueremo a pagare fino al 2021, e dobbiamo augurarci che basti.

Calcolando anche gli indennizzi profumatamente pagati ai fornitori, agli appaltatori e all’Enel, l’uscita dall’avventura atomica ci sarà costata per quell’epoca 15 miliardi 692 milioni di euro attuali. Sempre che tutto, naturalmente, vada per il verso giusto. Il che non è affatto sicuro. Soprattutto, c’è il rischio di lasciare aperto un problemino qual è il deposito nazionale delle scorie radioattive. Il sindacato elettrici Flaei Cisl ha proposto di creare intorno alla Sogin un parco tecnologico per affrontare tutte le questioni legate a quella faccenda. Ma per ora restano parole al vento, mentre i soldi corrono e correranno ancora. Chi ha interesse a smuovere le acque? Certo non l’azionista della Sogin, cioè lo Stato. E si capisce perché. Bisogna sapere infatti che ben 100 milioni l’anno degli oneri nucleari non vengono impiegati per il decommissioning atomico, ma finiscono direttamente dalle bollette alle casse dell’Erario per una disposizione spuntata nella Legge finanziaria del 2005. Per assurdo che sia, tassati anch’essi.

Al pari di un’altra voce: i 250 milioni di euro destinati alle Ferrovie sotto forma di sconti tariffari. Li paghiamo da cinquant’anni, quando l’energia elettrica fu nazionalizzata e alcune piccole centrali delle Fs finirono anch’esse all’Enel. In mezzo secolo il conto è stato certo saldato con gli interessi: imperscrutabile il motivo per cui non si è ancora chiuso. Un altro mistero italiano. Fra gli «oneri di sistema» c’è anche il finanziamento della ricerca. Quanto? In tutto 41 milioni, meno di un sesto degli sconti garantiti alla rete ferroviaria. E sono ovviamente tassati. Ma le tasse, crudelmente, vengono appioppate anche a un’altra voce degli «oneri generali di sistema»: il bonus per le famiglie povere. E’ la voce più piccola, per giunta ridotta nel 2012 a un terzo, da 54 a 17 milioni di euro.

Ci fermiamo qui, sorvolando su altre quisquilie del tipo contributi per l’efficienza energetica (40 milioni) e le misure di «compensazione territoriale» (9 milioni). Non prima però di aver rivelato l’ultima sorpresa. Il governo di Mario Monti ha deciso di sgravare un po’ le imprese, spostando per qualcosa come 780 milioni il peso degli «oneri generali di sistema» dalle loro bollette a quelle delle famiglie. Che perciò vedranno presto rincarare le tariffe di oltre il 2 per cento.

Pale eoliche e centrali nucleari spente In bolletta un conto di 230 euro – Corriere.it.

Tasse, pagare di meno. Le offerte agli italiani di Svizzera, Macedonia e Serbia | Libero Quotidiano


Cartina CorteggiatoriDal 2000 al 2011 circa 27mila aziende italiane hanno delocalizzato. Nel 2012, forse nella speranza che la crisi potesse scemare, il trend è rallentato. Poi la fuga è ripresa per via di quello che in gergo si chiama marketing territoriale, cosa sconosciuta in Italia. Da mesi tutte le regioni industrializzate del Nord sono bersaglio di una capillare propaganda dei territori di confine che invita le aziende a collocare oltralpe o nei Balcani eventuali iniziative industriali. Francia, Austria, Serbia e tutto l’Est hanno incrementato il personale delle agenzie specializzate per convincere gli industriali tricolore a investire da loro. Fornendo un servizio ancora più su misura rispetto a quanto avveniva fino al 2007. Nel 2012 nel  Canton Ticino (in controtendenza rispetto allo Stato Federale dove il calo è stato dello 0,75 per cento) si è registrato un aumento del 18,7 per cento delle aziende iscritte al registro di commercio, per un totale di 2.797 unità. Gran parte italiane. Non si può imporre all’acqua di arrampicarsi e allo stesso tempo non si può evitare la fuga delle aziende verso i nostri vicini di casa. Da noi crescono le tasse, scende il gettito e peggiorano i servizi. I nostri vicini di casa fanno l’inverso. In Svizzera, Austria, Albania, Macedonia, Slovenia e Serbia il termine fisco viene affiancato a cordialità. Perché non si tratta di reprimere, ma di attrarre.

Gli esempi  In Carinzia servono sette giorni per una concessione edilizia e 80 per un impianto industriale, l’Irap non esiste mentre ci sono finanziamenti fino al 25% dei costi a chi decide di investire in ricerca e sviluppo. Basse tasse e costo del lavoro anche a Lubiana, mentre i Cantoni svizzeri costretti a farsi concorrenza reciproca si sono specializzati negli ultimi quattro anni a fornire servizi ad hoc per le piccole e medie imprese. Coira, il capoluogo dei Grigioni, è tra le più agguerrite. Non tanto in termini di imposte basse e di costi deducibili, ma di servizi alle imprese.  I comuni costruiscono zone industriali e vendono o affittano alle aziende direttamente capannoni compresi di allacciamenti. Con incentivi legati agli investimenti e alle assunzioni, secondo il lungimirante principio contribuire al Pil pagare meno tasse e oneri. Trattano i costi dell’energia per conto delle imprese e soprattutto si sono dotati di squadre di professionisti che affiancano gratuitamente l’imprenditore nello svolgere le (poche) pratiche burocratiche. L’obiettivo è lasciare che il tempo sia dedicato al lavoro. E non come in Italia alle (quasi sempre) inutili scartoffie. Ma a far concorrenza all’Italia ora non sono solo i Paesi a nord delle Alpi. Nella classifica della banca Mondiale dei migliori Paesi dove fare affari hanno fatto balzi in avanti anche piccole nazioni dei Balcani.

Nuovi concorrenti In primis Macedonia e Albania. Secondo i dati 2010 della Banca centrale albanese, un operaio guadagna al mese dai 170 ai 425 euro, un ingegnere dai 253 ai 630 euro, un dirigente da 550 a 1.354 euro. Ora il governo di Tirana vuole confermare per altri dieci anni la flat-tax al 10%, stimolare le free zone e soprattutto rendere ancora più appetibile il costo del lavoro. Già il cuneo fiscale da quella parte dell’Adriatico non supera il 14%. L’obiettivo è scendere di un terzo e intercettare nuovi investimenti esteri diretti in modo da superare la crisi dei principali Paesi partner: Grecia e Italia.  Per capirsi nella classifica Doing business 2012, la tutela degli investimenti è al 16esimo posto su 183, le possibilità di ottenere un prestito bancario sono al 24esimo posto, più di quanto accade in Italia (rispettivamente al 65esimo e 98esimo posto per giudizio. Ancora meglio è riuscita a fare Skopje che  a partire dal 2006 ha rinnovato l’intero sistema fiscale e burocratico. In Macedonia sono già presenti oltre 100 imprese italiane proprio perché gli investimenti esteri sono incentivati come forse non succede in nessun altra nazione. Tassazione zero per dieci anni nelle zone franche. Esenzione totale del pagamento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva) e dei diritti doganali in caso di produzione destinata all’esportazione. Concessione di terreni fino a 99 anni a tassi molto favorevoli. Connessione gratuita ai sistemi di erogazione di servizi: acqua luce e gas. Nessuna imposta sull’utile non distribuito. Manodopera altamente qualificata a 700 euro lordi, cuneo fiscale del 27% e costituzione e registrazione di nuove imprese, di qualunque forma giuridica, in solo quattro ore. In Italia servono ancora 40 moduli e altrettanti giorni.

di Claudio Antonelli 

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